C’è una parola portoghese che racconta i Selton meglio di qualsiasi biografia: gringo, ossia “straniero”. Ma non lo straniero come emergenza o come sradicamento, ma lo straniero come postura mentale — con lo sguardo che non dà nulla per scontato, che si meraviglia di ciò che gli abitanti del posto hanno smesso da tempo di notare.
È con questo sguardo che tre (un tempo quattro) ragazzi brasiliani attraversano vent’anni di musica italiana, trasformando un equivoco geografico in un metodo creativo. E proprio attorno a quella parola, i Selton costruiscono il loro progetto più ambizioso e maturo: i due volumi di GRINGO — verde e rosa, gemelli e opposti.
Ed è da questo sguardo che comincia tutto.
Quattro amici, un parco e un biglietto di sola andata
La storia dei Selton sembra scritta da uno sceneggiatore con il vizio del lieto fine.
Quattro amici di Porto Alegre, ex compagni di scuola, si ritrovano per caso a Barcellona nel 2005 e decidono di provare a vivere di musica. Cominciano dal basso, anzi dal selciato: suonano i Beatles per strada, al Parc Güell, per i turisti di passaggio.
Il colpo di fortuna arriva nel 2006, quando vengono notati e invitati a Italo Spagnolo, il programma di Fabio Volo registrato proprio a Barcellona. Lì li intercetta Gaetano Cappa, produttore di MTV Italia, che li convince a fare le valigie e a venire in Italia per incidere un disco. Dalla realizzazione del primo album in poi, i Selton vivono stabilmente a Milano, città che diventerà una delle loro muse ricorrenti.
Negli anni la formazione cambierà: Ricardo Fischmann lascia il gruppo alla fine del 2017, riducendo il quartetto al trio attuale: Ramiro Levy (voce, chitarra, tastiere), Daniel Plentz (percussioni, batteria, cavaquinho, cori) ed Eduardo Stein Dechtiar (basso, cori). Ma il DNA resta lo stesso: brasiliani di nascita, milanesi d’adozione, gringo per vocazione.
Stranieri di professione: la lunga strada di casa in sei album
Banana à Milanesa: Jannacci cantato in brasiliano
Il debutto è una dichiarazione d’amore alla città che li aveva appena accolti. Banana à Milanesa è un disco che rilegge in brasiliano alcuni classici della scuola del Derby: brani di Enzo Jannacci e di Cochi e Renato come La gallina, Canzone intelligente e Vengo anch’io no tu no.
L’operazione conquista perfino Jannacci in persona, che benedice questi giovani e ne loda l’energia naturale. La critica risponde con entusiasmo e i Selton diventano ufficialmente una promessa.
Selton: l’esplosione dell’inventiva
Il secondo album, omonimo e prodotto da Tommaso Colliva (che diventerà il loro produttore di fiducia per anni), è il primo vero saggio della loro fantasia debordante. Folk da sagra di paese, armonie vocali doo-wop e barbershop, mazurche e disco: la critica li accosta a una genealogia che va da Rino Gaetano alla follia fiabesca di Syd Barrett.
Brani come Tutto in una notte o Tudo azul mostrano una band che gioca con i generi senza prendersi mai troppo sul serio, ma con una pulizia esecutiva sorprendente. Il disco vale ai Selton oltre cento concerti tra Italia, Brasile ed Europa, e li impone definitivamente al circuito alternativo.
Saudade: tre lingue e un oceano di mezzo
Anticipato dal singolo Piccola sbronza con Dente, Saudade è il disco delle tre lingue — italiano, portoghese, inglese — e delle collaborazioni di lusso, tra cui spicca quella con la leggenda no-wave Arto Lindsay.
Qui la band recupera con più decisione il folklore brasiliano delle origini, virando verso un pop assolato e leggero, ma capace di gemme trascinanti come Vado via o Eu nasci no meio de um monte de gente. È il loro disco più carioca nella forma e, allo stesso tempo, più internazionale nel gusto.
Loreto Paradiso: l’amore per Milano si fa metodo
Di nuovo con Colliva alla produzione (e Federico Dragogna dei Ministri in pre-produzione), Loreto Paradiso è l’ennesima dichiarazione d’amore a Milano, raccontata però con la consapevolezza di chi ha imparato il mestiere.
Undici brani in cui pop, elettronica e folk convivono in equilibrio sempre più raffinato. È il disco di una band votata all’autoperfezionamento che li porterà dal MiAmi fino al palco dello Sziget Festival.
Manifesto Tropicale: il cannibalismo culturale
Manifesto Tropicale segna l’ingresso nel roster Universal e, per molti, è la summa perfetta della loro carriera. Il titolo strizza l’occhio al Manifesto Antropófago di Oswald de Andrade e all’idea che la cultura si nutra divorando e digerendo tutto ciò che incontra.
È un disco di masse in movimento, di colonialismo all’inverso, di identità nomadi, che alterna il tocco nostalgico alla Fabio Concato e Alberto Fortis a perle radiofoniche e omaggi spudorati ai sixties. Finisce tra i venti migliori album dell’anno per Rolling Stone, e da lì in poi i Selton diventano presenza fissa dei grandi festival, fino al palco di Tomorrowland.
Benvenuti: “italiano, brasiliano, essere umano”
Dopo una lunga stagione di singoli con ospiti eccellenti — da Carlinhos Brown a Malika Ayane, da Willie Peyote ed Emicida a Margherita Vicario — arriva Benvenuti, accompagnato perfino da una sit-com (Benvenuti a Casa Mia). È il disco in cui la loro cifra più riconoscibile si fa esplicita: una saudade invertita, che del dolore fa allegria e dell’allegria una reazione autentica alla sofferenza.
Si parla di “frontiere storte disegnate a mano”, di alienazione da social, di lutto addomesticato dall’amore, di karma, di tempo, e lo si fa con testi semplici e allo stesso tempo carichi di quell’autoironia necessaria per affrontare il quotidiano. Si afferma così un piccolo manifesto che diventerà la chiave dei dischi successivi: in tempi bui, divertirsi può essere rivoluzionario.
GRINGO Vol.1: lo sguardo che si stupisce
Anticipato dai singoli Fatal e Mezzo Mezzo, GRINGO Vol. 1 arriva dopo tre anni dal precedente, un tempo lungo ma necessario per provare a fare un disco che fosse veramente loro. Insomma, il cosiddetto disco della maturità: breve ma denso di identità.
Gli occhiali del gringo
Gringo, in portoghese, vuol dire semplicemente “straniero”. Ma i Selton ne ribaltano l’accezione: non è una questione di provenienza, bensì di prospettiva. Il gringo è chi guarda il mondo con occhi disincantati, pronti a meravigliarsi, sensibili a ciò che gli altri non vedono più.
È, paradossalmente, lo sguardo più adatto per raccontare l’Italia di oggi — un Paese visto dall’esterno e amato proprio per questo. Il concetto invade anche l’estetica del disco: la copertina è di un verde sgargiante, e l’art direction adotta gli Occhiali Paraluce disegnati da Bruno Munari, trasformati negli “occhiali del gringo”, dotati di una fessura stretta attraverso cui osservare la realtà con stupore.
Il filo rosso che lega le nove canzoni è proprio questo: un invito a non perdere la capacità di sorprendersi. Ed è qui che emerge l’attitudine più tipicamente brasiliana del gruppo: parlare di temi pesanti (il burn-out, l’ambiente, le migrazioni) avvolgendoli in musica dolce, spensierata, dall’andamento sognante.
Ballare sul filo della malinconia
Il disco si apre nel modo più solenne possibile, con Sangue Latino e l’apparizione di Ney Matogrosso, monumento della musica brasiliana, anche soprannominato “il David Bowie della foresta”. Fatal racconta il logorio milanese della vita moderna, immerso in un suono tropicale, mentre Mezzo Mezzo gioca con i confini: mezza in italiano e mezza no, mezza in tre quarti e mezza no, sospesa su quella linea sottile tra tristezza e felicità.
Café Pra Dois affronta con ritmo scanzonato il momento più malinconico delle relazioni, quello in cui ci si scopre nati per essere l’ex di qualcuno. Una menzione speciale va a Calamaro Gigante, che narra il dramma dei migranti in mare — quasi a sottolineare l’abissale differenza tra l’emigrazione scelta e quella subita. Verso la fine troviamo Tears in the Swimming Pool, ballata dolente che la critica ha accostato a Sufjan Stevens.
Non è un caso che il disco abbia un sapore così internazionale: la co-produzione è di Ricky Damian, ingegnere del suono italiano di stanza a Londra (un altro gringo) e le registrazioni sono avvenute tra lo Studio 13 di Damon Albarn e gli Abbey Road Studios. E si sente: Fatal dialoga con l’ultimo, raffinatissimo Caetano Veloso, mentre nei credit dei cori spuntano nomi come Gaia, Ginevra e Any Other.
Un disco italiano dalla fattura sopraffina, accolto con grande favore dalla critica, che già lasciava intuire il seguito.
GRINGO Vol.2: la leggerezza come rivoluzione
Dopo quasi un anno e mezzo, per Island Records/Universal, arriva il secondo capitolo. Se il Vol.1 era verde, Gringo Vol.2 è di un rosa acceso: stesso concept, stessa famiglia, colore opposto.
Una questione di colori e di creatività
La parola resta la stessa — gringo, lo straniero curioso — ma qui i Selton ne fanno una dichiarazione di poetica ancora più radicale: rifiutano ogni vincolo e ogni classificazione per rivendicare la libertà di fare musica “straniera”, in continua trasformazione.
La scelta cromatica non è decorativa: verde e rosa sono i colori storici della Mangueira, una delle più importanti scuole di samba di Rio de Janeiro, fondata da Cartola e adottata come simbolo di libertà creativa e originalità. I due volumi, insomma, sono le due facce di una stessa bandiera.
Se il Vol.1 era il grido compatto di una band che tornava a contare nel pop italiano, il Vol.2 è un enorme rilascio di endorfina. L’ispirazione dichiarata è quella del mixtape rap: niente ossessione per l’organicità, solo una collana di idee nate d’impulso e realizzate quasi di getto, con tanti amici invitati a giocare.
Sotto la superficie ludica, però, resta una dedica malinconica e disillusa alla condizione del creativo nella Milano degli anni Venti. E un piccolo “vaffanculo” all’idea malsana che tornare a casa, alla propria comfort zone stilistica, sia segno di pigrizia.
Tredici sfumature di libertà
Il viaggio comincia con un’introduzione poetica: archi in crescendo, il silenzio, il suono di una bottiglia stappata, una lettera mai spedita lanciata nello spazio — metafora di una band che si sente artigiana della musica in un mondo che corre verso un futuro metà umano e metà macchina.
Da lì il disco si scatena: El Sexo incrocia tensione erotica e ironia con il rap di Giulia Mei; Me and My Skate omaggia i Beach Boys e trasforma lo skate in mezzo di evasione dal sovraccarico di informazioni; Vado Fuori racconta con tono indie e rassegnato la fatica di uscire di casa dopo un abbandono.
Tra gli episodi più riusciti c’è Panda 2013, riscrittura italiana di Ouro de Tolo di Raul Seixas (adattata con l’esperto di musica brasiliana Max De Tomassi e cantata con Emma Nolde): “oro sciocco” che luccica ma non vale nulla, trasposto nella vita insoddisfatta della classe media contemporanea. Sullo stesso tema dell’insoddisfazione si muove Beati Noi, gemma scritta e cantata con Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi, ritratto disilluso ma tenace della generazione dei millennial.
E poi le piccole storie di studio: Fica Aqui, nata da una sfida lampo (scrivere un reggae in Sol maggiore), risolta in pochi minuti nel tragitto dalla sala prove a casa. A chiudere il cerchio, Sangue Latino torna in una reprise delicata che riconnette i due volumi.
La critica ha risposto con entusiasmo — c’è chi ha parlato del miglior disco della loro carriera, premiandolo con il massimo dei voti — sottolineando così una verità semplice: i Selton sono più vivi che mai.
Cartolina dal Brasile: Xis Tudo e Junkie
La storia di GRINGO Vol.2, però, non si chiude con la tracklist ufficiale. Nel luglio 2026, mentre sono in tour in Brasile a presentare il disco, i Selton si ritrovano con due giorni liberi — uno a Rio de Janeiro e uno a São Paulo. Invece di concedersi la spiaggia di Ipanema o un museo paulista, scelgono di chiudersi in studio con Ricky Damian e gli amici Lamo e Julie Ant, per scattare una fotografia istantanea della band così com’è in quel preciso momento: sudata, senza sonno, ma carica di quella grinta che solo un tour brasiliano sa dare.
Ne escono due brani complementari, entrambi registrati in presa diretta e pubblicati come doppio singolo. Junkie – Live in Studio, São Paulo è un pezzo originariamente scartato dalle sessioni di GRINGO, tornato in vita nel momento in cui è stato suonato di nuovo tutti insieme. Xis Tudo – Live in Studio, Rio de Janeiro è invece una grande jam session, nata e cresciuta tra le mura di uno studio a cento metri dal mare. Due direzioni diverse dello stesso disco — l’idea recuperata e l’improvvisazione pura — che confermano quanto, per i Selton, la musica resti prima di tutto un gioco da fare in compagnia.
Stay hungry, stay gringo
C’è una frase di Julia Kristeva che sembra scritta per loro: “Lo straniero ci abita […] comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e termina quando ci riconosciamo tutti stranieri.”
Il gringo dei Selton non è una questione di origini, ma di movimento: nessuna identità è un punto fermo. Ecco perché i Selton sono in costante evoluzione e mutazione. Vent’anni dopo quelle cover dei Beatles al Parc Güell, i Selton hanno trasformato la condizione dello straniero in una filosofia di vita: hanno fatto della saudade un motore di allegria, della contaminazione un’identità, della leggerezza una forma di resistenza. Il dittico GRINGO è tutto questo: serio e spensierato, malinconico e ballabile, intimo e collettivo.
Il segreto è racchiuso quindi in quegli occhiali dalla fessura insolita: guardare il mondo come se lo si vedesse per la prima volta. In un panorama che troppo spesso confonde la maturità con la stanchezza, i Selton ricordano che continuare a stupirsi è la scelta più rivoluzionaria che si possa fare.
Beati noi, che ascoltando i Selton non abbiamo ancora smesso di stupirci.
E beati loro, che comunque vada, restano sempre gringo.
Fonti:
Credits:
Copertina e foto concesse a titolo gratuito
dall’autrice dell’articolo
