La Gen Z è entrata nella vita adulta in un mondo che pare avanzare sempre di più verso un’apocalisse, una detonazione finale, definitiva, che col solito fare ciclico delle cose ci ricondurrà al buio originario. Il fantomatico futuro florido all’orizzonte, insomma, non si vede più. Le ragioni sono tante, le conseguenze pure. E forse va bene così.
C’è un via vai umano frenetico per le strade. Corpi febbricitanti e statuari si muovono a passo di marcia, rivestiti da completi sartoriali impeccabili ma troppo stretti. I volti sono bellissimi e seri, impenetrabili, la testa è alta e guarda sempre in avanti. I pensieri, le esitazioni, restano sospesi nell’aria, si uniscono al calore che trasuda dai tombini, agli aromi esotici, alla nebbia. Un pranzo consumato rapido sulla panchina è lasciato alle spalle, la carta di plastica gettata via finisce sui piedi di un uomo solo, trasandato, accasciato tra la strada e il marciapiede, e che un taxi supera facilmente. Gli strali delle insegne pubblicitarie, alte sui grattacieli, fatte di sorrisi e scritte ammiccanti, oltrepassano il mare e illuminano la città, si sostituiscono al sole. Siamo a Manhattan, New York, l’ombelico del mondo, all’alba del nuovo millennio. Qui tutto converge verso un futuro rigoglioso fatto di progresso, benessere, successo. Da costruire collettivamente e in cui i figli non possono che fare meglio dei padri e così via. Eppure sembra che qualcosa non va in quella macchina inarrestabile. Un’incrinatura serpeggia nelle architetture geometriche, tra le rughe dei volti troppo lisci. È un sentore asfissiante ma ancora indistinto. Qualcuno già se ne accorge, come la protagonista di un libro di Ottessa Moshfegh, una giovane bella, alta, magra come le modelle di quegli anni, assistente presso una galleria d’arte dopo la laurea alla Columbia, e che in teoria ha tutto ciò che si possa desiderare: una vita alla Sex and The City, solo più giovane e più infelice. Lei infatti è stufa di tutto, di se stessa e di ciò che la circonda, non ne può più. New York la schiaccia, d’un tratto la rende cinica, nervosa, apatica. Non vuole morire, quello no, ma neanche continuare a vivere così. Il suo è un esaurimento psicofisico, emotivo, causato da un sovraccumulo di attività, stimoli, responsabilità, e che il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han definisce morte dell’anima. O più comunemente burnout. La soluzione? Dormire per un anno, ibernarsi, prendersi una pausa dal mondo per risvegliarsi come rinata, dando inizio a quello che chiamerà il suo anno di riposo e oblio. Ma il tempo corre e siamo già nel 2001: gli Stati Uniti, e con loro l’Occidente, avanzano verso un appuntamento con la storia imprevisto, impossibile, che farà crollare il castello di carte del mito americano. Sarà un infrangersi, un arresto forse già profetizzato nel suo nome: dal latino occidĕre: precipitare, tramontare. Cosa sia successo dopo, forse non ce lo chiediamo abbastanza.
Il divampare dell’incendio
Burnout significa letteralmente bruciare, esaurire ogni forma energetica fino a spegnersi, smettere di funzionare. Il termine entra nel vocabolario comune negli anni Settanta grazie alla psicologa americana Christina Maslach, al tempo ricercatrice sul tema. All’inizio si rivolgeva esclusivamente ai professionisti del settore sociosanitario, ma già a fine anni Ottanta allarga il campo a tutte le cosiddette helping professions. Ma Maslach constatò presto che la sindrome da burnout si allargava a macchia d’olio, vessava sempre più individui con fare epidemico, o meglio, incendiario. Nel ‘96 la definì una condizione applicabile a ogni contesto lavorativo, anche se restava un problema della carriera avanzata.
Solo nel 2019 l’Oms riconosce ufficialmente il burnout come fenomeno legato al contesto lavorativo odierno, caratterizzato da forte pressione e ritmi frenetici. Ma specifica che il termine non vada utilizzato per descrivere esperienze in altri ambiti. Deve restare, insomma, circoscritto al mondo del lavoro. Che dire, allora, degli studi che già a inizio 2000 segnalavano che il burnout stesse divampasse anche tra gli studenti di quella che qualcuno, non a caso, definisce Università-azienda? Ulteriori indagini, poi, dimostrarono che neanche gli istituti superiori l’avevano scampata.
>Perciò ci stupirà poco che ricerche e sondaggi a livello locale, europeo, globale ci dicano tutti, in coro, la stessa cosa: oggi è la Generazione Z, cioè i nati tra il 1997 e il 2012, a riportare i più alti tassi di burnout, oltre che di disturbi della salute mentale, rispetto a qualunque generazione precedente. Le cose peggiorano soprattutto in Europa Occidentale e nei paesi anglofoni, che per la prima volta dopo anni sono quasi assenti dalla top ten dei Paesi più felici al mondo secondo l’ultimo World Happiness Report.
Tra i vari, l’ente di ricerca statunitense Talker Research specifica che il burnout per la GenZ, si verifica intorno ai 25 anni, e cioè con diciassette anni di anticipo rispetto alla media storica. Anche l’Italia è in linea col trend globale: un rapporto Istat del 2024, per esempio, riporta che negli italiani la salute mentale migliore si registra tra i 14 e i 19 anni, e la peggiore tra i 20 e i 24. Ansia e depressione sono i disturbi più diffusi. Beata incoscienza, si direbbe. I tassi di mortalità per suicidio, in calo da decenni, sono diventati la principale causa di morte giovanile, perlomeno in UE.
Se si considera che a 25 anni si è spesso ancora distanti dal tumultuoso, frenetico mondo del lavoro, ne consegue che per esaurirsi, bruciarsi appunto, ormai è sufficiente ben altro. Il lavoro c’entra poco perché ha smarginato, è fuoriuscito dai luoghi suoi propri, modificando l’intero assetto contemporaneo. Chiediamoci infatti se i focolai, i piromani, siano ancora limitati a certi contesti, o se il burnout non trascenda ormai spazi e confini e il problema non sia piuttosto sistemico, e cioè l’incendio appiccato da quelle logiche capitalistiche che ormai permeano ogni aspetto di quella che sempre Byung Chul-Han definisce La società della stanchezza. E della quale, spiega, il burnout non è che l’esito naturale, la conseguenza patologica necessaria.
I millennials: i primi stanchissimi
La società della stanchezza è infatti una società dai tratti singolari, basata su iperproduttività, performance, efficienza, multitasking, competizione, ma anche positività estrema, possibilità illimitate, libertà, si. Ben lontana dalla cosiddetta società disciplinare di memoria foucaultiana, fatta di obbedienza, divieti, fabbriche diroccate e manicomi, no. Da noi tutto ti guarda e ti dice, come un melodioso canto delle sirene: tu puoi. Fare, andare, acquistare diventare. Niente sembra impossibile, ma è una libertà talmente imperante da risultare repressiva, costrittiva. In modo subdolo, strisciante, si trasforma in un dover-fare, perché la spirale di opzioni e possibilità induce l’individuo, obbligato a non lasciarsi scappare niente, a dover fare proprio perché può fare, all’autosfruttamento. E’ la violenza della positività, che non è privativa ma saturativa, esaustiva, e che manda in burnout. L’individuo innesca una lotta intestina in cui vittima e carnefice coincidono, dandosi liberamente compiti e attività da svolgere. Nella ricerca estenuante di migliorarsi, realizzarsi, diventare la versione migliore di sé, ma più come un progetto che come individuo. Per arrivare da qualche parte. Un luogo tra il baratro, la perdizione, e il successo, l’identità.
Le prime vittime di queste logiche, anche se in una società meno performativa e vetrinizzata, sono stati i millennials, cioè i nati tra il 1981 e il 1996. Definiti la prima burnout generation dalla giornalista Anne Helen Petersen in un suo libro uscito all’inizio del 2020, avevano ereditato i mantra delle vecchie generazioni. Duro lavoro uguale successo, impegnati che ce la fai, ma rivisitati, potenziati, in quanto immessi per la prima volta in una società più agiata, più libera, fortunata. Perlomeno così lasciavano intendere i fantomatici self-made men imperanti prima nelle librerie, poi nei feed, e che promettevano, grazie alle loro to-do-list adattate a ogni ora del giorno, un futuro smagliante come i loro sorrisi, opulento come i corpi robusti e abbronzati.
L’autosfruttamento, il fare e lo strafare, per i millennials era ancora una promessa di emancipazione, felicità. Avevano una direzione chiara, una meta che facendo tutto giusto avrebbero sicuramente raggiunto. C’era ancora una fede cieca nel progresso, nel futuro, e ciò permetteva di sopportare anche i primi sentori del mondo che stava cambiando pelle – una crisi economica sconosciuta dai tempi di Wall Street, e allora il wage scarring, la gig economy, lo sfacelo politico, e una pandemia globale che secondo Petersen fu uno spartiacque, una sorta di passaggio di testimone tra una generazione e l’altra.
I millennials, infatti, sono arrivati in tempo. Prima che la modernità liquida, così l’ha definita il sociologo Zygmunt Bauman, scalzasse definitivamente la modernità solida. E cioè un assetto fatto di cose tutto sommato stabili, certe, definite – prospettive individuali, sociali, globali, ordinamenti, istituzioni, valori, identità. Era questo il mondo che conoscevamo prima che tutto, liquefacendosi, diventasse un feticcio sformato, svuotato di ruolo e autorità. I millennials sono stati gli ultimi pellegrini, gli ultimi ad avanzare verso una meta che perlomeno potevano davvero credere di raggiungere, sopportando così il viaggio tortuoso, e Circe, Calipso, Polifemo, perché sapevano cosa li attendeva. Certo, Itaca ci insegna che la bellezza è nel viaggio, ma Ulisse non lo avrebbe intrapreso senza qualcosa verso cui protendere. Anche se poi si rivela una bugia bianca, utile da raccontarsi per tirare avanti, fatta di occhiaie, doppie lauree e master che danno uno stipendio comunque inferiore al collega anziano con la terza media, città invivibili ma che offrono lavoro, scelte difficili tra la benzina e l’aperitivo. Ma ecco, sono arrivati. Anche se disorientati, chiedendosi se sia poi tutta qui, solo questa la terra promessa che gli era stata raccontata.
Ma se è vero che, come ci insegna il mito edipico, i figli ereditano quasi sempre le colpe dei padri, allora i sintomi della menzogna c’erano già, anche se sommersi da un’euforia collettiva ancora possibile. Il destino dei millennials stava dietro la patina dorata di quella Dolce Vita felliniana, trionfante, festosa, abbagliata. E quello della GenZ forse era in quei post coloratissimi in cui, con piglio sarcastico, sboccato, in realtà rassegnato di hashtag come Mai na gioia, che palle, muoio, i millennials sapevano, ci avvertivano, insegnavano che per sopravvivere quando le cose si mettono male bisogna sdrammatizzare, essere autoironici, farsi una risata e prenderla così. Ma si è rivelato poco utile.
Annegare nella liquidità
La Generazione Z, infatti, ha ereditato un mondo totalmente liquefatto, itinerante, fatto delle promesse infrante delle generazioni precedenti. Rifugiarsi nelle speranze future, nelle illusioni, non è più possibile. Tutto si fa ogni giorno più sfumato, complesso, imprevedibile in modo strutturale. Per la prima volta non si vive in vista di un domani che non può che essere migliore dell’oggi, e in cui il presente serve a costruirsi certamente un futuro. La GenZ proprio non lo vede, il futuro: vive immersa in una specie di eterno presente, in balia di una combinazione fatale di guerre, tensioni politiche, incertezza economica, violazione di quegli assetti e di quei diritti che sembravano intoccabili. Travolta da una storia, insomma, che sembra fuoriuscire dai vecchi libri di scuola. L’unico futuro che si riesce a immaginare è quello tecnologico, anche se per la prima volta non pare dirigersi verso un’età dell’oro, ma verso una nuova barbarie che ricorda la peggiore fantascienza distopica. Ne sono una prova le proteste contro l’avanzare dell’AI già attive in vari paesi, dai movimenti organizzati come PauseAI e ControAI, alle reazioni più istintive che però non sono casi isolati: questo Aprile, ad esempio, un giovane in Texas ha lanciato una molotov contro l’abitazione del CEO di OpenAI.
Secondo uno studio Gallup condotto a Giugno di quest’anno, quasi la metà degli intervistati della GenZ non ha uno scopo né un senso che li porti avanti nella vita. Un altro dice che per gran parte dei giovani un fattore di stress è la percezione che il mondo stia andando a rotoli.
Tutto questo fare e strafare che la società continua a imporre, infatti, sembra ormai inutile, che non troverà mai uno sbocco. E la motivazione non può che calare, mentre l’ansia sale e lo stress pure: diventare, crescere, farsi strada in un mondo che ti toglie la terra sotto i piedi è un’impresa titanica, suicida. E non sono lagne, lamentele di una generazione spesso definita debole, incapace, esagerata. Oltre che dai media, lo sentiamo nell’aria, sulla pelle che il futuro come lo conoscevamo, come lo avevamo immaginato, non esiste più. E che niente è garanzia.
In Italia, ad esempio, secondo un rapporto ISTAT, la transizione dall’università al mondo del lavoro è più lenta rispetto alla media europea, e si associa a una sensazione di sovraistruzione rispetto alla professione svolta. Le difficoltà non spariscono anche se il lavoro si trova: secondo un sondaggio Deloitte di quest’anno, la maggior parte della GenZ e dei millennials ha un secondo lavoro a tempo pieno o parziale, non per scelta e spesso a condizioni discutibili, eppure la somma di lavori e lavoretti non permette comunque di arrivare a fine mese. il costo della vita è diventato un problema per tutti, non più solo per chi ha un reddito basso. I prezzi impossibili dei bisogni primari come vitto e alloggio, uniti a stipendi stagnanti, stanno diventando una chiacchiera quotidiana, un sottofondo, segno del fatto che ormai ci stiamo abituando. Ma è chiaro che essere costretti a cambiare casa perché non più accessibile economicamente, o non potersela permettere affatto, è l’espressione tangibile della precarietà permanente in cui siamo immersi. Per fortuna Ikea ha lanciato una linea di mobili scomponibili e facilmente trasportabili. Faranno comodo al vagabondo odierno, così lo chiama Bauman, che ha preso il posto degli ultimi pellegrini.
Insomma, tutto pare dirci che il mondo è cambiato, e che le vecchie regole del gioco non funzionano più. Anche se restano le uniche possibili. Ne deriva una convivenza bizzarra, snervante, tra iperproduttività, (presunte) infinite possibilità, un’assenza di punti fermi che ti ricorda che se fallisci la colpa è solo tua, e un mondo a pezzi, una situazione globale che devia, schiaccia tentativi e ambizioni individuali.
Da questo cortocircuito è sempre il capitalismo a uscirne vincente. Perché se tutto diventa caotico, indefinito, imprevedibile, non resta che controllare ciò che è ancora sotto il proprio controllo, ovvero se stessi. Autosfruttamento e liquidità si alimentano a vicenda nel tentativo che qualcosa si riveli utile qualora un dopo ci sia, ma soprattutto alla ricerca dell’ordine che il mondo ci ha tolto, di un’identità sempre più difficile da costruire. L’iperproduttività che permea anche il riposo, fatta di allenamenti ossessivi e necessari, colazioni a prova di story, vacanze al mare cromaticamente perfette, progetti personali da portare avanti ad ogni costo e skincare da venti step, diventa un modo di esorcizzare il presente, comprimerlo. Persino il recente trend del muro dei fallimenti rinforza queste dinamiche: sbandierato da chi gestisce pagine da milioni di followers, ci ricorda che anche se incontreremo delle difficoltà, comunque da noi volere è potere, e infatti, nonostante tutto, guarda dove puoi arrivare.
Uno specchio ingrandente sui problemi della società
I social, infatti, non sono che la cassa di risonanza di queste logiche stridenti, paradossali. E’ sui social che sembra che nessuno stia mai fermo, e che le promesse di libertà si concretizzano, appaiono davvero possibili. Perché ogni attività viene estetizzata per diventare contenuto, sfilare nella vetrina del feed dove tutti sono sempre meglio, più avanti di te. Il percorso individuale viene calato in un’atmosfera onirica, trasognante in cui lo spazio e il tempo, il contesto in cui i fatti si svolgono, non esistono più. In un’alternanza distopica fra vite perfette, sconosciuti che a vent’anni comprano casa a Los Angeles lavorando in smart, e poi guerre, sangue, morti per il troppo caldo, eventi catastrofici che si inanellano dando vita a un feed boccaccesco, dal sentore apocalittico, che però ricorda il mondo reale, se è vero che da alcuni sondaggi emerge che anche la fetta più adulta della GenZ non ricorda come fosse la società prima dei social media come epicentro, né mette più confini netti fra spazio reale e digitale.
L’assurdità delle immagini che si susseguono induce a un doomscrolling compulsivo, in cui le emozioni si sovrappongono, gli stimoli pure, l’ansia aumenta e si mette in discussione la propria vita. Perché sui social ci si confronta col mondo intero, con la storia intera, spesso resa peggiore di come realmente è a causa di flussi di notizie quasi sempre negative, sensazionalistiche, allarmanti se non direttamente fake news. E il peggio è che questo susseguirsi è ormai un sottofondo al quale non si sfugge. Non basta più non leggere il giornale, spegnere la radio o la Tv: oggi la Storia ci travolge, la subiamo, ci scivola continuamente davanti agli occhi in forme diverse.
E così i social si sono presi l’unico tempo vuoto che ci rimaneva: quello della noia, del riposo. Il sovraccarico che segue alla bulimia mediatica, alle notifiche costanti contribuisce al burnout, e senza informare o far riflettere, perché il cervello sovrastimolato va in allarme e innesca un profondo rigetto che ci rende indifferenti.
>Sono ormai molti gli studi che rivelano le conseguenze di tali piattaforme, deleterie soprattutto per la Gen Z che, ricordiamolo, è stata la prima generazione nativa digitale. Il già citato World Happiness Report spiega che non può non esserci una correlazione tra la diffusione globale di queste piattaforme intorno agli anni Dieci, e il declino della salute mentale iniziato negli stessi anni. Non solo ansia, depressione, burnout. Altre conseguenze di social come Instagram, Tiktok, sono anche il confronto costante, l’ipercompetizione da cui derivano una visione negativa della propria vita, perfezionismo, perdita di autostima, insorgere di DCA.
>Purtroppo non fa una piega: il rapporto, oltre alle analisi degli esperti riporta anche i cosiddetti Facebook Files, documenti interni, messaggi privati, emersi nel 2021 da una whistleblower che lavorava nell’azienda, e dai quali emerge che i senior di Meta, i magnati del tech, spesso esperti di neuroscienze e psicologia, erano a conoscenza delle pericolosità delle proprie piattaforme, fin dall’inizio. L’hanno fatto comunque.
La soluzione? Smettere di essere il combustibile umano
Che il mondo stia davvero finendo, comunque, non possiamo avere certezze. Però forse è meglio pensarla così, convincersi davvero di un’apocalisse in arrivo se, come disse una volta Pasolini, credere che ci sarà sempre e comunque una salvezza è deleterio, perchè mette a tacere la propria coscienza, spegne la rabbia, rende passivi. La rabbia, infatti, secondo i sondaggi, è in calo un po’ ovunque e in ogni età. Eppure quando è sana è un’emozione positiva, prolifica: a differenza del nervosismo, che resta sterile, infruttuoso, la rabbia ben canalizzata porta a mettere il presente in discussione, rompe lo status quo. Ma non potrà emergere finché saremo sommersi dallo sciame di stimoli, cose, immagini. Prima bisogna infatti rallentare, tornare a stare, riappropriarsi davvero del presente, crearsi uno spazio vuoto. E la generazione Z sembra averlo capito: ne sono la prova fenomeni come il quiet quitting, il ritorno all’analogico, la ricerca di uno stile di vita più ecosostenibile e sincronizzato alla natura. Perchè se il mondo brucia, l’unica soluzione possibile per placare l’incendio è smettere di esserne il combustibile umano, assicurarsi di non alimentare il fuoco, fermarsi. Per tornare a riflettere, a vedere con chiarezza. Poi rendersi conto che è vero, un futuro non c’è, il mondo finirà presto e noi con lui. E allora arrabbiarsi, arrabbiarsi davvero.
E’ quello della rabbia il fuoco che vogliamo vedere divampare: l’unico che può ancora salvare, sostituirsi all’apatia, cambiare le cose. Ma solo se verrà usato per forgiare da capo questa liquidità, dando vita a una solidità fatta di nuove forme. D’altronde, ricordiamolo, c’è anche chi definisce la Generazione Z come la generazione del nichilismo attivo.
Fonti
Moshfegh, Ottessa. “Il mio anno di riposo e oblio“. 6 ed. 2025 Feltrinelli Editore Milano, trad. di Gioia Guerzoni
Han, Byung-Chul, “La società della stanchezza”. Nuova ed. ampliata 2020 Nottetempo, trad. di Federica Buongiorno
Zygmunt, Bauman. “Modernità liquida“. Ed. Gius. Laterza & Figli Spa
Credits
Immagine di copertina creata dall’AI
Moshfegh, Ottessa. “Il mio anno di riposo e oblio“. 6 ed. 2025 Feltrinelli Editore Milano, trad. di Gioia Guerzoni
Han, Byung-Chul, “La società della stanchezza”. Nuova ed. ampliata 2020 Nottetempo, trad. di Federica Buongiorno
Zygmunt, Bauman. “Modernità liquida“. Ed. Gius. Laterza & Figli Spa
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