Isolamento forzato e volontario: l’esempio di Gemitaiz

L’isolamento è un tema spesso presente anche nel mondo musicale. Può essere volontario o obbligato, può creare di conseguenza, soprattutto quando è voluto, o, viceversa, negativi. Ci sono due scuole di pensiero: chi crede che isolarsi aiuti a liberare la propria creatività – emblematico nella letteratura il caso di Emily Dickinson – e chi, al contrario, crede che sia impossibile scrivere (o produrre) se non si vivono esperienze e avventure. Molti, infatti, sottolineano la volontà di un isolamento fisico e mentale per poter dar vita alla fuoriuscita del genio artistico. Accettando il silenzio e il senso di smarrimento iniziale che dà ogni separazione anche se momentanea, si può, sicuramente, dare più spazio all’invenzione. Tuttavia, non è così per tutti. Effettivamente, se l’isolamento presuppone il non vedere persone, non avere conversazioni con nessuno e chiudersi nella sterilità di una casa (o un ufficio, poco cambia), ci si potrebbe chiedere di cosa si possa parlare o a chi ci si possa ispirare. Oggi analizziamo due facce della stessa medaglia. L’isolamento volontario è, infatti, quello che cerca Gemitaiz per trovare l’ispirazione e la calma che gli serve. L’artista, tuttavia, si è trovato anche costretto a questa condizione e a contatto diretto con chi ha vissuto questa situazione.

Due note biografiche

Davide de Luca è un rapper nato nel 1988. Muove i primi passi nella musica da giovanissimo, scoprendosi da subito un talento. Partecipa a vari progetti nell’underground emergente romano fino all’incontro nel 2005 con CaneSecco che lo inserisce nell’Xtreme Team, con il quale dal 2007 al 2009 pubblica tre album. Nel 2009 esce il primo QUELLO CHE VI CONSIGLIO, che darà vita a una saga amatissima che, ormai, dura da più di dieci anni contando 9 edizioni. Poi, nel 2012 esce il primo EP “ufficiale” (in quanto in vendita, al contrario dei lavori precedenti). Qualche mese dopo, a maggio 2013, pubblica poi il primo album ufficiale dal titolo l’Ultimo Compromesso prodotto da Tanta Roba, label che lo accompagna da quel momento a oggi. Kepler – in coppia con Madman – è sicuramente l’album che gli ha fatto davvero spiccare il volo. Da lì un crescendo di credibilità e successo, che lo hanno reso un pilastro fondamentale della scena musicale italiana. Forse, il più grande vanto della sua carriera è l’aver fatto conoscere il rap al grande pubblico. Grazie a lui, infatti, molti si sono avvicinati per la prima volta all’hip hop. 

L’approccio di Gemitaiz all’isolamento

Gemitaiz è sempre stato un tipo solitario, abituato a scrivere solo, concentrato su se stesso e sulla sua musica. L’artista, infatti, spesso ricorda questa sua tendenza spesso nelle sue canzoni. Quale occasione migliore della quarantena di marzo 2020, in cui la maggior parte dei rapper ha scritto un freestyle? Ovviamente non poteva astenersi in questa occasione:

Siamo sempre stati tipi solitari

Senza eredità o beni immobiliari

Ora sono rinchiuso tra alcolici vari

Mi sembra di essere tornato ai domiciliari

In realtà, se pensiamo a un artista come Gemitaiz non ci verrebbe da pensare che isolarsi sia un freno al suo talento. Il suo metodo d’approccio, infatti, lo rende uno dei rapper italiani più produttivi. Non sparisce mai, al contrario è sempre attivo tra album, produzioni, freestyle e featuring. Infatti, quando gli viene chiesto da Antonio Dikele Distefano in un’intervista a «Essemagazine» come siano stati i mesi di quarantena – da marzo a maggio, ndr -, lui risponde con un semplice “produttivi“. Nell’intervista ricorda poi al pubblico che per lui la quotidianità è stare a casa e che “non è uno che tutti i giorni prende, fa e va” . Nonostante questo, i testi di Gemitaiz raramente parlano di noia, di insoddisfazione o di mera quotidianità. Lui può anche affermare di uscire poco e “andare sempre negli stessi posti“, ma ciò che si coglie nella sua produzione musicale sono freschezza, esperienza, idee.

Il talento indiscusso

La sua forza, allora, sta proprio nella fantasia e nell’ispirazione che gli danno ogni volta il beat, che lo fanno viaggiare con la mente fino a creare quelle storie e quelle sensazioni che hanno appassionato il suo pubblico da ormai più di un decennio. La sua capacità di trasportarsi ovunque è davvero notevole e non è una caratteristica comune a tutti gli artisti. Davide parla delle sue capacità con una naturalezza spiazzante, come se tutti fossero in grado di viaggiare nella mente o di fare proprie le storie degli altri. Addirittura, Gemitaiz afferma che difficilmente scrive fuori di casa: frase chiave per capire quanto isolarsi e prendersi il suo tempo – che sia solo suo e di nessun altro – sia importante per lui per essere produttivo.

Il concerto nel carcere minorile Beccaria

Se per Gemitaiz l’isolamento volontario è piacevole, per non dire addirittura necessario per un’ispirazione artistica, non è così quando l’isolamento è obbligato (come quello del carcere, per esempio). L’ambiente è, in questo caso, sterile e spesso violento; ci si sente senza futuro o speranze di cambiamento. Per questo motivo Davide ha deciso, un anno fa, di fare un concerto con l’amico e collega Madman all’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Lì sono reclusi i ragazzi che hanno compiuto dei reati quando avevano dai quattordici ai diciotto anni. Queste persone vengono spesso da contesti molto complessi e difficili, infatti quando Fabrizio Bruno, uno degli organizzatori, ha chiesto quanti di loro fossero stati a un concerto prima di quel giorno, quasi nessuno ha alzato la mano. In questo drammatico contesto, c’è però una luce che fa quasi sparire il buio: il progetto Suonisonori. Questa Onlus è nata nel 2000 e realizza laboratori di musica nel carcere Beccaria e in alcuni altri, per dare la possibilità ai ragazzi di esprimersi artisticamente. La musica viene impiegata come mezzo di reinserimento sociale per cercare di dare loro un futuro quando saranno di nuovo in libertà.

La musica come strada alternativa

Nel 2013 nasce il progetto 232, che si focalizza sull’hip hop. Lo spettacolo itinerante “Hip Hop dietro le sbarre – 232” con protagonisti i giovani rientranti nei circuiti penali corrisponde al risultato del lavoro portato avanti dall’associazione. La scelta è ricaduta sul rap perché è sicuramente il genere che si sposa di più con un certo tipo di vissuto e di contesto sociale. Questo, infatti, ha sempre rappresentato la voce per eccellenza degli oppressi. Il laboratorio aiuta a distrarsi dall’ambiente circostante, a stimolare le idee e a dare ai ragazzi una strada migliore di quella che hanno sempre percorso. Ad aprire il concerto è proprio uno di loro: El Diamantik, che da qualche anno sconta la sua pena all’Istituto Penale Beccaria. Per lui la musica è uno strumento di sfogo, è dare voce alle proprie paure e lo aiuta a credere in se stesso, ma soprattutto a perdonarsi per quello che ha fatto. In un’intervista per «MilanoToday» afferma:

Ho fatto troppe cavolate, ho sbagliato, ho dato dei dolori alla mia famiglia, sono l’unico maschio e per loro ero come un diamante. Mi vergogno di quel ragazzo, non voglio neanche parlarne. Ma da quando sono salito su quel palco ho sentito che sono cambiato. Ho delle cose da raccontare e voglio raccontare le cose belle che possono esistere anche qui dentro. Quando esco voglio essere qualcuno: ma non qualcuno coi soldi, qualcuno di cui i miei genitori siano fieri.

L’esperienza di Gemitaiz

Anche Davide in realtà ha vissuto l’isolamento forzato dato da una pena da scontare. Era il 2014 quando fu arrestato e fece due settimane ai domiciliari; ammette di aver avuto molta paura in quell’occasione, in quanto non sapeva di preciso cosa gli sarebbe successo. Nonostante la preoccupazione, ha utilizzato quelle due settimane per scrivere: sarebbe infatti poi uscito Kepler dopo pochissimo tempo (disco realizzato con l’inseparabile Madman), creato anche grazie a quel periodo di stop sociale forzato. Certo, non per tutti è così e, soprattutto, un conto è fare un piccolo periodo di isolamento obbligatorio e un conto è avere delle pene da scontare molto più lunghe e procedimenti giudiziari difficoltosi e soffocanti. Soprattutto da adolescenti, l’esperienza del carcere può essere deleteria ed è fondamentale avere qualcosa da fare (come può essere il il laboratorio rap). Fondamentale è anche essere riusciti a fare un’intervista a chi, nonostante i problemi giudiziari, è riuscito a fare della sua passione un lavoro, ed è anche diventata una persona attiva nel sociale, rispettata anche da chi di reati non ne ha mai commessi.

Le strade parlano

In conclusione, non possiamo che lasciarvi da ascoltare una piccola perla che ha ormai dieci anni. In Giro di Notte, Gemitaiz cammina per la città da solo e pensa trovandosi in un limbo, a metà tra la pace che gli dà la musica e “le preoccupazioni giganti e i pensieri pesanti” che lo attanagliano. Ci si può sentire esattamente così quando si perde contatto con la realtà e ci si sente soli o incompresi.

 

 

L’isolamento è una condizione che, sicuramente, risulta spiacevole se non voluta. Difficile cercare di riempire il vuoto che si sente dentro. A quel punto, non si può fare altro che cercare dentro di noi: pensare, pensare, capire. Da lì si può partire per affrontare conflitti irrisolti, per recuperare passioni non sufficientemente coltivate, per trovare un motivo per migliorare la propria esistenza. Nello spiraglio di ottimismo che si può trovare nel vedere il bicchiere mezzo pieno parleremo nel prossimo articolo della sezione moda, in particolare delle sperimentazioni avvenute durante il periodo di isolamento da quarantena.

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