Grande Muraglia

A che punto siamo lungo la Nuova Via della Seta?

Non importa come la si chiami: One Belt One Road (OBOR), Belt and Road Initiative (BRI), Nuova Via della Seta o 一带一路 (yi dai yi lu). Quello che almeno uno di questi nomi richiama immediatamente alla mente è il progetto di infrastrutture e investimenti (ma non solo) intrapreso dal Governo di Pechino a partire dal 2013. La Via della Seta è però diventata un argomento di discussione anche in Italia nella primavera del 2019, quando il presidente cinese Xi Jinping è giunto a Roma in visita istituzionale per firmare il tanto dibattuto Memorandum of Understanding, che sancisce un avvicinamento significativo dell’Italia al progetto cinese. Dopo quasi due anni dalla firma dell’accordo, a che punto siamo lungo la Via della Seta? 

One Belt One Road – la genesi del Progetto

One Belt One Road” è un ambizioso programma cinese nato con lo scopo di sviluppare un nuovo modello di cooperazione basato sulla quintuplice nozione di sviluppo: economico, politico, culturale, sociale ed ecologico. Viene promosso per la prima volta nel settembre 2013, durante una visita del Presidente cinese in Kazakistan. La seconda parte del progetto, quella riguardante la “Via Marittima della Seta del Ventunesimo Secolo”, viene invece presentata poco tempo dopo, durante una visita di Xi Jinping in Indonesia per partecipare ad un incontro dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation). La Cina afferma proprio in questa sede di essere pronta a “sviluppare programmi di cooperazione marittima”.

Il nome scelto per il progetto richiama volutamente il passato e la storia cinese ed europea. L’Antica Via della Seta metteva in comunicazione l’Impero cinese e quello romano, attraversando l’Asia centrale e il Medio Oriente, e collegando l’attuale città di Xi’an all’Asia Minore e al Mediterraneo. Nello stesso modo, i Paesi coinvolti nel nuovo progetto di Pechino sono molti, in Europa, Asia e Africa. Ma tante sono anche le polemiche legate all’iniziativa e una generale preoccupazione da parte di molti governi “occidentali” circa gli interessi geopolitici di Pechino.

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Il ruolo dell’Italia fra rischi e opportunità

L’Italia è stato il primo – e per ora unico – Paese del G7 e fra i membri fondatori dell’Unione Europea ad aderire formalmente al progetto cinese. È successo ormai quasi due anni fa, fra critiche e polemiche da parte dei tradizionali alleati del Bel Paese: primo fra tutti, gli Stati Uniti. Così ha twittato il Consiglio di Sicurezza Nazionale americano il 9 Marzo 2019:

Italy is a major global economy and a great investment destination. Endorsing BRI lends legitimacy to China’s predatory approach to investment and will bring no benefits to the Italian people.

mondoSolo tre giorni dopo, il 12 Marzo 2019, il vicepresidente della Commissione Europea Jyrki Katainen ha rilasciato un “memento” per ribadire che tutti i membri dell’Unione Europea sono tenuti a sottostare alle regole, anche coloro che aderiscono alla Nuova Via della Seta:

 All the member states, and also Belt and Road operators, must comply with EU regulations and rules.

Nonostante questo, il Governo italiano è rimasto saldo nella propria decisione, guardando alle opportunità più che ai rischi di questo avvicinamento. Il presidente del Consiglio Conte ha sempre affermato che “la decisione dell’Italia di aderire al progetto cinese nasce da una scelta puramente economica giustificata dalla necessità di riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina”. Un tentativo di aprire una strada di cooperazione con il Paese di mezzo, consapevoli dell’importanza di cogliere quell’occasione di avvicinamento ad una potenza che ­– è ormai chiaro a tutti – è una delle protagoniste della scena mondiale .

 

E adesso, a che punto siamo?

Sono passati quasi due anni da quel 23 marzo 2019, e cosa è successo lungo la Via della Seta fra Pechino e Roma? Molto o molto poco – dipende dai punti di vista.

Dal lato politico, in Italia c’è stato un cambio di maggioranza governativa, nonostante il capo del governo sia lo stesso Giuseppe Conte firmatario del MoU. Non ha di cerShanghaito aiutato l’emergenza sanitaria, che ha bloccato viaggi diplomatici e diminuito il volume di accordi e attività bilaterali. La stessa pandemia e, in parte, le elezioni americane hanno anche fermato le rappresentanze ufficiali alla Shanghai International Import Expo 2020, da qualche anno diventata un punto di incontro politico ancor più che centro nevralgico di scambi commerciali ed economici.

Nonostante questo, il 2020 non ha fermato completamente i rapporti fra Italia e Cina, che hanno da poco celebrato l’anniversario dei 50 anni dall’instaurazione delle loro relazioni diplomatiche. Proprio la Cina che, nella primavera del 2019, è stato il primo Paese ad inviare un’équipe di medici in Italia per contrastare l’emergenza Covid, fra polemiche e applausi. Ma forse l’eredità più evidente del Memorandum of Understanding è, ad oggi, l’accordo per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sui redditi e per prevenire l’elusione e l’evasione fiscale, firmato dalle due parti proprio quello stesso 23 marzo 2019.

L’accordo “ridefinisce e riduce, rispetto alla precedente Convenzione del 1986, l’imposizione applicabile nello Stato della fonte ai passive income, quali dividendi, interessi, royalties e plusvalenze realizzati in ambito cross-border. Vengono, inoltre, introdotte le più aggiornate misure di contrasto ai fenomeni di base erosion and profit shifting (BEPS), che si possono verificare con l’abuso degli accordi contro le doppie imposizioni”. In poche parole, i dividendi delle aziende italiane che investono in Cina verranno tassati in modo molto più conveniente rispetto all’accordo vigente prima del MoU.

Roma

Il futuro

Il futuro dello sviluppo dei rapporti fra Italia e Cina lungo la Via della Seta nel breve termine dipenderà inevitabilmente dall’evolversi della situazione sanitaria. Ma, nel medio-lungo periodo, è previsto (e necessario) un rilancio dei punti chiave dell’accordo programmatico, rimasto di fatto un po’ in sordina negli ultimi mesi. Commercio, trasporti, finanza, infrastrutture, connettività, sviluppo sostenibile, logistica, investimenti: il partenariato strategico fra Italia e Cina è solo all’inizio del suo percorso, ma merita un’attenzione concreta e significativa da parte di tutti gli attori coinvolti. 

 

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