Verso il Polo Nord, storie della conquista dei confini del mondo

L’istinto di mettersi alla prova

Cherry-Garrard, esploratore e membro di una spedizione diretta al Polo Sud, ha definito l’esplorazione polare come:

il modo più puro e insieme solitario di ‘vedersela brutta’ che sia mai stato escogitato.

Cherry fu tra coloro che ritrovarono i corpi del suo comandante e altri due compagni morti assiderati nella loro tenda. Erano rimasti congelati lì per circa sette mesi, bloccati in una bufera a corto di cibo. Il Comandante della spedizione, Robert Falcon Scott, ha narrato la lenta agonia sua e dei suoi compagni in un diario che, successivamente, verrà pubblicato con il titolo di Messaggio al pubblico. Attraverso il diario siamo venuti a conoscenza delle grandi difficoltà e degli errori commessi durante la spedizione ma, anche, del coraggio e della fermezza di spirito con cui questi uomini sono andati consapevolmente incontro alla loro morte.

In realtà fu il norvegese Amundsen a raggiungere per primo il Polo Sud, anticipando Scott di qualche settimana. Nonostante ciò Scott venne ricordato con onore e passò alla storia come un vero eroe, grazie anche alla sua capacità di raccontare le proprie gesta attraverso la scrittura.

Circa 60 anni prima, un compatriota di Scott, l’inglese John Franklin, era scomparso insieme a due navi e un equipaggio di 128 uomini. La spedizione era partita alla ricerca del leggendario passaggio a Nord-Ovest, la famosa rotta che collegherebbe l’Atlantico al Pacifico attraverso il ghiaccio del Nord America.

Entrambe le missioni furono un disastro e fecero da monito a tutti gli altri esploratori che avrebbero voluto intraprende una spedizione del genere. Sia l’Artide che l’Antartide hanno impartito dure lezioni, non ci sono malattie o nativi ostili ma gli elementi naturali nella loro massima espressione di crudezza. Vento, ghiaccio, freddo e l’assenza di mappe sono diventati la formula perfetta per il fallimento totale di molte missioni.

Nonostante ciò l’uomo non ha mai smesso di sottoporsi a sfide formidabili, non ha mai resistito all’istinto di mettersi alla prova fino a superare i propri limiti.

Il passaggio a Nord-Ovest

Fu proprio Franklin uno dei primi a intraprendere una missione alla ricerca del leggendario passaggio a Nord-Ovest. Il suo tentativo non andò a buon fine ma grazie ai suoi resoconti e ad alcune informazioni che raccolse durante le sue spedizioni, vennero poste le basi per le esplorazioni future. Nel 1880, quando Amundsen era solo un ragazzo norvegese, venne a conoscenza di questi scritti e ne rimase colpito. Agli inizi del 1900, ormai adulto, decise di organizzare una spedizione motivato dallo stesso desiderio del suo predecessore Franklin. A differenza dell’inglese però, Amundsen era meticoloso e programmò nei minimi dettagli ogni sua mossa. Lasciò la Norvegia nel 1903 a bordo di una piccola imbarcazione insieme a 20 compagni.

Inizialmente si diresse in Groenlandia, dove fece rifornimento di provviste e caricò gli husky che avrebbero trainato le slitte. A fine agosto raggiunse l’oceano artico e si avvicinò molto al Polo Nord magnetico tanto far impazzire ogni bussola presente sulla nave. Nonostante ciò riuscì a farsi strada attraverso il pack, dove altri furono costretti a fermarsi, grazie alla sua piccola imbarcazione.

Oramai era giunto l’inverno quando iniziarono i problemi. Prima ci fu un incendio nella stiva della nave e successivamente una tempesta scaraventò l’imbarcazione contro una scogliera. Amundsen e il suo equipaggio passarono due inverni e un’estate in una piccola insenatura in attesa del momento più opportuno per ripartire. Durante quel periodo l’equipaggio entrò in contatto anche con un gruppo di eschimesi che, a detta dell’esploratore, risultarono “deliziosi”. Nell’agosto del 1905 la costa fu di nuovo libera e l’imbarcazione prese di nuovo il largo attraversando enormi distese d’acqua gelida fino a quando l’equipaggio avvistò delle baleniere provenienti dal Pacifico.

A quel punto Amundsen, dal carattere impassibile e freddo, avvertì una strana sensazione di felicità e intraprese l’ultima parte del suo viaggio. Percorse circa 1000 chilometri con racchette e sci per raggiungere l’Alaska e informare tutti della riuscita della missione.

Il famoso passaggio a Nord-Ovest esisteva davvero ma di certo non si trattava di una comoda rotta commerciale per navi di grande stazza.

La conquista del Polo Nord

Non era nella sua natura tollerare un fallimento.

Così si esprime lo storico P. Berton quando parla di Robert Peary, l’uomo incaricato di piantare la bandiera americana nel luogo più a nord che sarebbe riuscito a raggiungere. Si trattava di un uomo ambizioso, posseduto dalla passione dell’esplorazione e in particolare del Polo Nord.

Era considerato uno dei più grandi nel suo mestiere, un veterano. Nel 1898, di ritorno per l’ennesima volta dalla Groenlandia, dopo che si era spinto sempre più a nord, perse otto dita dei piedi per congelamento. Nel 1909 intraprese nuovamente una missione alla conquista del Polo Nord. Decise di stabilire il campo base nella parte più settentrionale dell’isola di Ellesmere e iniziò ad avanzare. Durante la prima parte del viaggio sfinì gli uomini che facevano parte dei gruppi di supporto per tenere freschi quelli che poi avrebbero compiuto l’attacco finale al Polo Nord.

L’ultimo gruppo di supporto completò la sua missione quando la spedizione si trovava a circa 215 chilometri dall’obbiettivo. Da quel momento in poi Peary e altri suoi pochi compagni avrebbero dovuto compiere quello che nessuno aveva fatto prima d’allora: raggiungere il Polo Nord.

Il 6 aprile del 1909, secondo quanto riportato, la spedizione raggiunse il Polo Nord. «Finalmente al Polo!», esultò Peary. Aveva appena realizzato il sogno di una vita. Sedici giorni dopo ritornò al campo base e l’8 settembre di quello stesso anno comunicò lo storico risultato alla presidenza degli Stati Uniti.

Una triste conclusione

L’ambizione spesso può rendere gli uomini ciechi di fronte alla realtà e Peary fu vittima, consapevolmente o meno, del suo orgoglio e della sua fiera aspirazione.

Negli anni che seguirono alcune discrepanze fecero nascere non pochi dubbi sul vero raggiungimento del Polo Nord da parte della sua spedizione. Alcuni studi affermarono che molte delle affermazioni riportate non potevano essere determinate come assolutamente vere e alcune delle informazioni tratte dai diari dell’esploratore risultavano essere incoerenti. Alla fine furono effettuati degli esami specifici sui fotogrammi ripresi da Peary, e nel 1990, attraverso un volume del National Geographic, dichiararono che la spedizione in realtà raggiunse solo le immediate vicinanze del Polo Nord.

Il fascino del nord

Durante il Novecento sono tantissime le storie di uomini che hanno deciso di intraprendere delle missioni come quelle di Peary o del norvegese Amundsen.

Molto affascinante è la storia del Nautilus, il primo sottomarino atomico al mondo, che nel 1958 attraversò per la prima volta da una parte all’altra tutta la calotta artica passando direttamente sotto il Polo Nord. Ancora più sorprendente quella del giapponese Naomi Uemura che, nel 1978, decise di intraprendere la strada verso il Polo Nord in solitaria. I suoi unici compagni erano i cani che avevano il compito di trainare la sua slitta. Uemura nel suo diario racconta anche di un incontro ravvicinato con un orso polare che si era spinto fino al suo accampamento attirato dall’odore delle due provviste.

Ancora oggi in molti non trovano un senso a quello che questi uomini hanno fatto e per cui, in molti, sono morti. Il loro è lo stesso spirito che ha contraddistinto i grandi esploratori della storia come Colombo o Magellano e come spiegò Peary:

Il vero esploratore compie il suo lavoro non nella speranza di ricevere ricompense e onori, ma perché ciò che ha intrapreso fa parte del suo stesso essere e va portato a termine per amore del risultato.


Fonti

Kim Heacox, ‘’la corsa al Polo Nord’’, Le grandi spedizioni di National Geographic, White Star S.r.l 2001

 

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