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L’attivismo dei rapper nel movimento Black Lives Matter

Il problema del razzismo pervade la società. Per quanto l’integrazione delle minoranze etniche possa sembrare sempre più radicata, vi sono eventi in cui tutto il progresso fatto si sgretola davanti ai nostri occhi. Il caso più emblematico è quello di George Floyd, salito alla ribalta nel maggio 2020. L’uomo afroamericano soffocato da un agente di polizia nel bel mezzo della strada a Minneapolis, che ha dato il via a proteste e moti di rivolta da parte della popolazione afroamericana in tutti gli Stati Uniti. Vediamo come hanno reagito diversi rapper americani in questo contesto.

Il contributo dei rapper americani: Lil Baby e DaBaby

A fare da colonna sonora al movimento Black Lives Matter è stata proprio la scena rap americana, che ha risposto prontamente alla chiamata alla protesta. Numerosa, infatti, la presenza degli esponenti del genere, che hanno aderito sia fisicamente che attraverso la loro musica, ribadendo come questo genere nasca per esprimere critica sociale.

Tra gli artisti più dediti alla causa troviamo proprio i due rapper che hanno dominato le classifiche americane durante questo 2020: Lil Baby e DaBaby. Il primo, proveniente da Atlanta, oltre ad aver presenziato fisicamente alle proteste, ha pubblicato un vero e proprio inno contro la brutalità dei comportamenti tenuti dalla polizia e l’ingiustizia razziale: The Bigger Picture, corredato da un video che riprende lo stesso Lil Baby protestare assieme al resto della comunità black.

It’s too many mothers that’s grieving/ They killing us for no reason/ Been going on for too long to get even/ Throw us in cages like dogs and hyenas.

Il brano mostra esattamente la situazione di vita precaria della comunità afroamericana, il trattamento animalesco da parte della polizia, secondo cui la loro vita non viene ritenuta valevole tanto quanto quella di un concittadino di carnagione bianca.

DaBaby, leader delle classifiche mondiali con il suo brano “Rockstar” in collaborazione con Roddy Ricch, ha pubblicato proprio un remix della celebre traccia, nella quale segue il pensiero critico del collega di Atlanta:

Cops wanna pull me over, embarrass me/ Abusin’ power, you never knew me thought I was arrogant/ As a juvenile, police pulled they guns like they scared of me.

Inoltre, in occasione dell’esibizione live del pezzo ai The BET Awards 2020, ha deciso di anticiparla con una breve clip del remix. In questa, il rapper viene rappresentato mentre recita le proprie barre nella stessa posizione in cui è stata tolta la vita a George Floyd. Un forte segnale d’impatto visivo per tutto il pubblico.

YG, T-Pain e Machine Gun Kelly

Molti altri artisti hip-hop si sono dati da fare attivamente per la causa. Tra questi troviamo YG con la pubblicazione del brano “FTP”, seguito da un videoclip ufficiale in bianco e nero, in cui associa la polizia al Ku Klux Klan

Been tired, f–k cardboard signs, we in the field/ It’s the Ku Klux cops, they on a mission/ It’s the Ku Klux cops, got hidden agendas/ It’s the truth, I won’t stop/ Open cases, police already hate me, why not/ Make your rich-a– city look like trash (Look like trash)/ To whoever make the rules, we need answers fast.

A seguire, ecco T-Pain con il brano “Get up” e Machine Gun Kelly, da sempre in prima linea nella battaglia contro la discriminazione razziale. Il rapper, cresciuto nei sobborghi di Cleveland all’interno della comunità black, nonostante sia di etnia caucasica, ha pubblicato una cover del brano “Killing in the name” dei Rage Against the Machine.

Un genere che nasce come critica sociale

La lotta contro la discriminazione razziale, però, non è un dibattito di recente introduzione all’interno del mondo hip-hop e, anzi, come detto in precedenza, è uno dei suoi capisaldi.

Esempi famosi di estrema rilevanza sono il famosissimo brano “Fuck Tha Police” pubblicato a fine anni Ottanta dagli N.W.A., colonna sonora delle proteste del 1992 a Los Angeles, fomentate dal violento pestaggio ad opera di tre poliziotti nei confronti di un giovane venticinquenne afroamericano, Rodney King. Il pezzo è rimasto talmente scolpito nell’immaginario della comunità black che, dall’inizio dei tumulti dopo l’uccisione di George Floyd, ha ottenuto un aumento di ascolti di circa il 272%.

Un altro brano che durante le ultime proteste è entrato a far parte della colonna sonora è stato “Alright” di Kendrick Lamar. Massimo esponente tra i liricisti del genere, nonché vincitore del premio Pulitzer, si discosta da tutti i brani citati in precedenza come un inno alla speranza di un mondo migliore, esortando a guardare avanti tutti insieme.

La provocazione estrema di XXXTentacion

Infine, tra i gesti di critica alla condotta della polizia verso i cittadini afroamericani e alla disparità più rilevanti degli ultimi anni, vi è quello del compianto XXXTentacion. Nel 2017 pubblicò il video del brano “Look at me”, in cui in realtà, dopo circa due minuti, cambia traccia passando al pezzo “Riot”, accompagnato da una clip molto cruenta.

Il giovane rapper si mostra con due bambini, uno bianco e uno nero, su un palco. Il primo viene impiccato mentre X legge una lista di nomi di tutte le persone afroamericane uccise dalla polizia nel corso degli anni. L’intento del video era quello di mostrare quanto i media si sarebbero scandalizzati nel vedere un bambino bianco morto, mentre non avrebbero prestato attenzione alle vittime di colore.


FONTI

Billboard

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