Google, il nostro oracolo. Digito nella barra di ricerca le parole chiave: attacco droni, ma si parla solo di attacchi su obiettivi militari. Sono alla ricerca di notizie e approfondimenti sulla strage avvenuta il 17/06 sulla Striscia di Gaza: un attacco di droni su dei civili mentre erano in coda presso il GHF, un organizzazione non governativa che si occupa della distribuzione di viveri nel territorio e attiva da circa tre settimane. Il suo ruolo è molto delicato in quanto la zona è da mesi sotto il blocco del rifornimento delle provviste, il quale ha creato una vera e propria crisi alimentare. L’attacco ha prodotto 70 vittime e oltre 200 feriti.
Non ottengo risultati migliori se aggiungo le parole chiave palestina e civili. Per far si che la notizia sia in risalto nella nostra ricerca bisogna inserire il nome della città dove la tragedia ha avuto luogo: Khan Younis, facile no?
GHF
La crisi umanitaria nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli drammatici, con oltre mezzo milione di persone a rischio fame secondo le stime delle Nazioni Unite. In questo contesto, ha iniziato a operare un nuovo attore nella distribuzione degli aiuti: la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta da Stati Uniti e Israele. Ma il progetto, fin dal suo annuncio, è diventato oggetto di forti critiche e polemiche.
Un nuovo modello di distribuzione: privato, armato e selettivo
La GHF ha avviato le sue attività nella parte meridionale della Striscia di Gaza con l’obiettivo dichiarato di garantire una distribuzione più efficace degli aiuti, aggirando il sistema tradizionale coordinato dalle Nazioni Unite. Il piano prevede che i cittadini palestinesi si rechino in quattro centri di raccolta, dove possono ottenere scatole di alimenti e articoli igienici. Tuttavia, l’accesso è vincolato a rigidi controlli di identità, verifiche biometriche e riconoscimento facciale per escludere persone affiliate a Hamas.
A presidiare questi centri vi sono contractor di sicurezza americani, mentre le Forze di Difesa Israeliane pattugliano i perimetri esterni. Una configurazione che, secondo molte ONG internazionali, trasforma l’aiuto umanitario in un’operazione militarizzata e politicamente condizionata.
Le reazioni: critiche da ONU, ONG e Hamas
Le Nazioni Unite si sono rifiutate di collaborare con la GHF, accusando l’iniziativa di contraddire i principi umanitari fondamentali: neutralità, imparzialità, indipendenza e umanità. Secondo l’ONU, il sistema esclude le persone più vulnerabili – feriti, disabili, anziani – e crea pericolosi precedenti che potrebbero compromettere la gestione globale degli aiuti.
Anche Hamas ha condannato l’operazione, definendola un tentativo di “usare il cibo come arma di guerra” e accusando la GHF di voler instaurare il caos e affamare deliberatamente la popolazione.
Come vengono escluse le persone più vulnerabili
Uno degli aspetti più controversi del piano GHF riguarda l’accessibilità agli aiuti da parte delle persone più vulnerabili, incluse quelle che hanno perso i documenti necessari per accedere ai centri. Il sistema richiede ai palestinesi di recarsi fisicamente in quattro punti di distribuzione selezionati, portando scatole di aiuti di circa 20 kg da soli. Questo costituisce un ostacolo grave per chi ha difficoltà motorie o non ha nessuno che possa accompagnarlo. Inoltre, senza documenti o dati biometrici validi — persi durante i bombardamenti o non registrati — molti non possono superare i rigidissimi controlli d’identità, che includono riconoscimento facciale e verifica biometrica. Le procedure, spesso lente e complesse, e l’ambiente intimidatorio e militarizzato dei centri, sorvegliati da contractor armati e pattugliati dall’esercito israeliano, scoraggiano ulteriormente l’accesso.
Così, paradossalmente, il sistema progettato per garantire sicurezza e rapidità esclude proprio chi ha più bisogno: anziani, disabili, feriti, donne incinte e persone senza documenti validi, rendendo gli aiuti irraggiungibili per i più fragili.
Prime tensioni
La tensione è esplosa nel primo giorno di operazioni del centro GHF nei pressi di Rafah: migliaia di persone hanno assaltato il punto di distribuzione, costringendo lo staff a sospendere le attività. Ci sarebbero stati spari da parte dell’esercito israeliano, ma l’organizzazione nega ogni responsabilità. Secondo i suoi dati, sono stati comunque distribuiti 8.000 pacchi prima dell’interruzione.
Le dimissioni di Jake Wood: “Impossibile rispettare i principi umanitari”
A complicare ulteriormente la situazione è arrivata la dimissione del direttore della GHF, Jake Wood, ex marine statunitense con esperienza nelle operazioni umanitarie. Wood ha lasciato l’incarico poche ore prima del lancio ufficiale, esprimendo disagio per la natura dell’operazione e per l’impossibilità di rispettare i principi umanitari.
“Non posso partecipare a un progetto che rinuncia a umanità, neutralità e indipendenza,” ha dichiarato. Al suo posto, la GHF ha nominato John Acree, ex alto dirigente dell’USAID, come direttore ad interim.
Aiuti umanitari e ONG: definiamoli
L’aiuto umanitario è costituito da tutte quelle azioni finalizzate a salvare vite umane, alleviare la sofferenza e proteggere la dignità delle persone colpite da crisi, conflitti o disastri naturali. Per essere definito tale, deve rispettare i principi fondamentali di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza. In questo contesto, un ruolo centrale è svolto dalle ONG (Organizzazioni Non Governative), enti senza fini di lucro e indipendenti dai governi, che operano spesso in prima linea nelle emergenze umanitarie. Le ONG forniscono assistenza medica, distribuiscono cibo e beni di prima necessità, garantiscono protezione alle fasce più vulnerabili della popolazione e monitorano il rispetto dei diritti umani, agendo sempre in base ai bisogni concreti delle comunità, senza discriminazioni né influenze politiche o militari.
Una crisi senza fine
Il contesto in cui si inserisce la missione della GHF è estremamente fragile. Dallo scorso ottobre, Gaza è teatro di un’escalation militare devastante innescata dall’attacco di Hamas in Israele, che ha provocato circa 1.200 morti e centinaia di ostaggi. La risposta israeliana ha causato oltre 54.000 vittime palestinesi secondo fonti locali.
Nonostante il recente allentamento del blocco da parte di Israele, il flusso di aiuti resta ampiamente insufficiente. “Una goccia nell’oceano”, l’ha definito il Programma Alimentare Mondiale. Intanto, la fame avanza e la politicizzazione degli aiuti rischia di rendere ancora più difficile salvare vite umane.
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