In Italia, come in molte altre parti del mondo, la gig economy si è consolidata in quanto rappresentazione della nuova precarietà. In particolare, il settore del food delivery ha reso visibile una nuova forma di sfruttamento digitale, la quale presenta un lavoro frammentato, sottopagato e privo di tutele. Tuttavia, lontano dai riflettori delle metropoli e dalle narrazioni mainstream, alcune esperienze locali stanno cercando di ribaltare il paradigma. A Firenze, ad esempio, otto rider hanno fondato Robin Food, una cooperativa che sfida apertamente i modelli dominanti delle piattaforme globali. È un segnale: un’alternativa è possibile, e parte proprio dalle periferie.
La gig economy: flessibilità o precarietà?
Il termine gig economy si riferisce a un’economia basata su lavori temporanei, autonomi o “a chiamata”, gestiti attraverso piattaforme digitali. Secondo la Fondazione Cattaneo, nel suo report Gig economy. Il lavoro al tempo delle piattaforme digitali, si tratta di un fenomeno in crescita ma ambiguo: se da un lato offre l’indubbio aspetto positivo della flessibilità, dall’altro comporta una totale assenza di sicurezza economica e diritti sindacali. In Italia, i rider ne sono diventati il volto più emblematico.
La narrazione mediatica tende a focalizzarsi sulle grandi piattaforme come Glovo, Uber Eats o Deliveroo, sottolineando al massimo i conflitti sindacali o le battaglie legali più visibili. Raramente viene dato spazio a voci alternative, soprattutto se nate in contesti locali. Le realtà di provincia, invece, stanno sviluppando forme inedite di resistenza.
Il caso Robin Food: cooperare per non essere sfruttati
Nel 2020, a Firenze, un gruppo di rider ha deciso di costruire una propria piattaforma alternativa: nasce così Robin Food, una cooperativa di lavoratori che consegna cibo a domicilio in modo sostenibile, equo e trasparente. Come riportano le testate Altreconomia e La Redazione, i soci della cooperativa non sono semplici esecutori, ma partecipano alle decisioni, dividono i ricavi in modo orizzontale e rispettano un codice etico condiviso con clienti e ristoratori.
L’approccio è opposto a quello delle multinazionali del delivery: niente algoritmi opachi né competizione e sfruttamento, ma turni umani e salari dignitosi, uniti a mutualismo e autodeterminazione. In un’intervista a Toscana Economy, i fondatori spiegano che Robin Food nasce «dalla volontà di creare un lavoro dignitoso, che non faccia sentire nessuno solo». Una frase che racchiude il senso profondo – e, se vogliamo, politico – dell’iniziativa.
Perché queste esperienze restano invisibili?
La marginalità di queste esperienze nei media non è casuale. Le piattaforme cooperativistiche sfidano non solo il modello economico dominante, ma anche il racconto collettivo riguardante il lavoro digitale. Secondo un’inchiesta di Altreconomia intitolata Insubordinati, che parte dal caso dei rider per analizzare più in generale il mercato del lavoro digitale, i media tendono a ridicolizzare o ignorare le forme di resistenza locale, bollandole come utopiche o difficili da replicare su larga scala.
Eppure, i dati mostrano un bisogno crescente di soluzioni alternative. Secondo l’INAIL, che ha pubblicato una scheda informativa sul rapporto tra digitalizzazione e prevenzione, il lavoro su piattaforma è tra i più esposti a rischi fisici e psicologici, anche per la totale assenza di rappresentanze sindacali efficaci. L’assenza di diritti si traduce spesso in incidenti, burnout, ricatti.
Un’opportunità per ricostruire legami
Esperienze come quella della cooperativa rider di Firenze Robin Food non rappresentano solo una risposta alla precarietà, ma anche un’opportunità per ricostruire legami sociali in contesti urbani disgregati. In una società che spesso celebra l’individualismo competitivo, la cooperazione tra lavoratori precari può diventare un laboratorio politico e culturale.
Non si tratta di romantizzare queste iniziative, ma di riconoscerne il valore sistemico. Come rileva LaVoce.info, le piattaforme digitali hanno ormai un potere economico e normativo tale da influenzare persino le politiche pubbliche. Contrastarle con strumenti tradizionali è difficile: per questo, la creazione di reti locali, mutualistiche e democratiche può rappresentare una delle poche risposte possibili.
Verso un nuovo modello di lavoro
Il cammino è ancora lungo. Le cooperative di rider devono affrontare enormi ostacoli: concorrenza sleale, mancanza di risorse, marginalità politica. Tuttavia, il fatto che queste realtà esistano – e resistano – è già un segnale di trasformazione. In un’epoca in cui il lavoro dignitoso sembra un privilegio riservato a pochi, esperienze come Robin Food ci ricordano che altri modelli sono possibili, a patto di volerli davvero ascoltare.
