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Il confine tra appropriazione e apprezzamento culturale

Di cosa parliamo quando parliamo di appropriazione culturale?

Per definizione, si tratta dell’adozione da parte di una cultura di simboli o usanze appartenenti a un’altra, di solito minoritaria. I simboli vengono spesso devalorizzati e decontestualizzati, causando una perdita nel patrimonio culturale della cultura di origine. Il termine nasce negli anni Settanta-Ottanta nell’ambito della critica post-coloniale all’espansionismo occidentale.

Il dibattito sul tema è stato acceso per decenni: già gli esponenti del Rinascimento di Harlem criticarono l’uso della cultura afro nelle opere di artisti modernisti. La Fordham University parlò poi di «furto di proprietà intellettuale»: Susan Scafidi, professoressa di diritto e autrice di Who Owns Culture?, scrisse nel 2012 che

l’appropriazione culturale è più probabilmente dannosa quando la comunità-fonte è una minoranza a lungo oppressa o sfruttata in altre maniere, o quando l’oggetto dell’appropriazione è particolarmente sensibile, come oggetti sacrali.

I fautori del concetto denunciano il rischio che si produca un meticciato culturale piuttosto che un sano multiculturalismo. Un esempio evidente sono le squadre sportive nordamericane i cui loghi e nomi spesso riprendono esplicitamente l’iconografia dei nativi americani. In assenza di leggi che tutelino questo patrimonio e senza un chiaro riconoscimento alla cultura di origine, si tratta di una sottrazione che non apporta alcun beneficio alla cultura “depredata”.

Iniziative di tutela

In alcune nazioni, dove il fenomeno ha prodotto danni alle comunità minoritarie, sono stati presi provvedimenti per garantire i diritti culturali. Nel 2009, il governo di Wellington ha concesso ai nativi maori la proprietà intellettuale della celebre danza Haka, praticata dalla nazionale di rugby degli All Blacks prima di ogni partita. L’accordo prevedeva, oltre alla tutela dell’esclusività della danza, anche un risarcimento per riusi commerciali non autorizzati, come uno spot Fiat in cui la danza, tradizionalmente maschile, era eseguita da un gruppo di mamme.

In ambito occidentale, spicca l’iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron: nel rapporto Savoy-Sarr si raccomandava la restituzione agli Stati africani di tutto il materiale artistico sottratto durante l’epoca coloniale ed esposto nei musei francesi. Si tratta di un importante riconoscimento, ma finora la sua attuazione pratica è stata debole.

Un limite alla creatività?

Negli ultimi anni il concetto è stato esteso anche all’ambito individuale: tatuarsi un simbolo celtico sul bicipite è appropriazione culturale? La discussione si è estesa a moda, gastronomia e spettacolo. Tra i casi più citati: l’abito papale di Rihanna al Met Gala 2018, il turbante sikh proposto da Gucci a 790€, i tatuaggi polinesiani nel film Oceania di Disney, e Madonna fotografata con un sari indiano per Rolling Stone. Perfino il Museo delle Belle Arti di Boston ha dovuto annullare un’esposizione dedicata al kimono.

Il concetto estremizzato rischia di limitare la libertà espressiva e la creatività artistica: editori e case di produzione evitano soggetti che potrebbero generare critiche o contenziosi legali. Ma senza una chiara normativa, dove sta il confine tra abuso culturale e apprezzamento rispettoso?

Scambio culturale e stereotipi

Lo scrittore pakistano Hanif Kureishiha ha dichiarato che

l’incontro fra culture è sempre avvenuto e la globalizzazione ha reso universale ogni stile. La globalizzazione ha reso universale ogni stile, ogni moda, ogni cultura: non dovrebbe esserci niente di male, se una ragazza bianca vuole avere le treccine afro o una nera tingersi i capelli di biondo. È la libertà di espressione. È uno scambio, un riconoscimento reciproco, una forma di apprezzamento anziché di appropriazione culturale.

Il vero confine da non superare è lo stereotipo culturale, spesso praticato nel cinema: ad esempio, italiani ridotti a gesticolare e musulmani raramente rappresentati in ruoli di potere. Per risolvere la questione, sarebbe necessario intervenire alla radice: garantendo pari dignità e trattamento a tutte le comunità, il prestito culturale diventerebbe uno scambio reciproco, favorendo la crescita di entrambe le culture.

FONTI

Fordham University

Repubblica.it 1

Theartnewspaper

Repubblica.it 2

Pierdomenico Baccalario, I ghetti delle identità, La Lettura n° 420, pp. 23-24

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