Che cosa rende un ebreo un ebreo?
L’identità ebraica è una chimera. Un goy (1) è subito tentato di sottomettere l’ebraicità alla religiosità o all’etnicità: un ebreo, d’altronde, sarebbe tale se nato da madre ebrea o se convertito alla religione giudaico-rabbinica. Eppure, l’identità ebraica non nasce affatto come un dato biologico, e nemmeno è esclusiva della religione; si tratta piuttosto di un risultato complesso, derivante da un lungo processo storico-culturale ‒ e, su questo fronte, si rimandano gli interessati ad un’attenta lettura de L’invenzione del popolo ebraico di Sand.
Le prime comunità di Israele erano agricoltori, pastori e persino rifugiati cananei, individui dall’origine disparata che si riconobbero sotto il giogo di una storia comune e in un sistema di pratiche condivise. L’archeologia e gli studi biblici hanno dimostrato che in principio essere israelita significava principalmente appartenere a una collettività che condivideva memoria, lingua, legge e solidarietà, non necessariamente una fede uniforme.
In seguito, già dal periodo post-esilico, la Torah (2) e il culto di Yerushalayim servirono a ridefinire chi fossero i figli di Israele: al centro si pose così la partecipazione alla comunità e un patto morale. L’ebraicità, dunque, si plasmò come una categoria cultural-narrativa, un’identità che si disegnava nel racconto condiviso della liberazione dell’Egitto, dell’esilio in Babilonia e del ritorno nella Terra Promessa ad Avraham.
Oggi sappiamo che la fedeltà verso haShem (3) e nei confronti della sua legge non è mai esclusivamente un fatto di credo, di fides: lo scettico, l’abiurante e persino l’ateo, purché ebreo, resta parte del popolo; egli, infatti, partecipa della storia ebraica e sovente è testimone della vita etica della comunità. L’ebraismo si configura, dunque, come un’ortoprassi: una cultura di comportamenti, memoria collettiva e responsabilità, ove l’appartenenza si manifesta nell’agire e nel tramandare più che nel credere.
Essere ebreo non è solo una condizione di nascita, bensì un atto di riconoscimento reciproco tra individuo e comunità. Qui nasce la potenza del messaggio dello Humanistic Judaism: si è ebrei quando si partecipa alla civiltà ebraica nella cultura, nella solidarietà, nella ricerca del senso etico e della dignità dell’individuo.
«Sono anche ebreo». Il non teismo ebraico
Il punto di partenza dell’ebraismo umanista è semplice ma radicale: si può essere ebrei senza credere in D-o. Per la Society for Humanistic Judaism e l’International Institute for Secular Humanistic Judaism, l’identità ebraica non è un fatto di fede, ma di appartenenza culturale, linguistica, storica e morale. In definitiva, non è la teologia a fare l’ebreo. Esprimere la propria ebraicità nell’ateismo o nell’agnosticismo significa riconoscersi comunque in un popolo e in una tradizione che ha plasmato l’etica occidentale, pur rifiutando ogni dogma o soprannaturalismo.
Il non teismo ebraico non nega il valore spirituale della tradizione, ma lo ricentra nell’uomo. L’umanità diventa il luogo della sacralità: la giustizia, la compassione, la ricerca del senso sono esperienze pienamente umane, quelle che davvero contano nell’iter di un ebreo secolare umanista. Come insegnava rabbi Sherwin Wine, fondatore dell’ebraismo umanista, «gli ebrei creano D-o, non il contrario». Le immagini di D-o, i racconti biblici, i rituali sono linguaggi simbolici attraverso cui il popolo ebraico ha espresso le proprie domande e i propri ideali, non risposte divine immutabili.
Ne consegue che viene meno il culto, ma sorge il senso d’appartenenza. Si celebra Pesach (4) non per un miracolo, ma per il profondo senso di libertà che esprime. Lo Yom Kippur (5) non è volto all’espiazione davanti a D-o, ma serve a riflettere e rinnovare la propria responsabilità morale. La spiritualità nasce dall’esperienza umana condivisa, dal dialogo e dalla cultura, non dall’intervento di un essere trascendente.
In questo senso, il non teismo ebraico rappresenta una continuità naturale con la tradizione ebraica: l’antica enfasi sulla giustizia e sull’agire etico diventa la base di una spiritualità laica, aperta e universale. Essere ebreo, per l’umanista, significa vivere e trasmettere quei valori.
L’intuizione di rabbi Wine. La storia del movimento secolare umanista
Rabbi Sherwin Theodore Wine (1928-2007) è stato il fondatore e il principale teorico dell’ebraismo umanista. Nato da una famiglia ebraica tradizionale di Detroit, si formò come rabbino riformato ma, già dagli anni Sessanta, si scontrò col fatto che molti ebrei non credevano più in D-o, pur continuando a sentirsi profondamente ebrei. Da questa intuizione nacque l’idea di un nuovo movimento che unisse identità ebraica, laicità e umanesimo etico.

Nel 1963, Wine fondò a Birmingham, nel Michigan, la Society for Humanistic Judaism, che in pochi anni si estese negli Stati Uniti, in Israele e in Canada. Al centro del suo pensiero l’idea che la forza dell’ebraismo risiedesse negli esseri umani, nella loro capacità di dare senso alla vita attraverso la cultura, la solidarietà e la ragione. Wine leggeva la storia ebraica quale storia di un popolo che aveva creato i propri valori, lungi da haQadosh Baruch Hu (6).
Il nuovo movimento si proponeva come terza via accanto alle correnti ortodossa e riformata: un ebraismo non teista ma profondamente legato alla tradizione culturale. Nei suoi discorsi Wine sosteneva che la Torah, la letteratura rabbinica e le celebrazioni non dovevano affatto essere abbandonate, ma reinterpretate in chiave simbolica. I testi antichi diventavano, perciò, patrimonio etico e poetico.
L’ebraismo umanista costruì progressivamente un proprio sistema educativo e celebrativo, con rabbini e rabbine formati presso l’International Institute for Secular Humanistic Judaism. Le cerimonie di nascita, matrimonio e lutto furono riscritte in linguaggio laico, mantenendo però il profondo senso di comunità e continuità storica.
L’ebraismo umanista oggi
Oggi l’ebraismo umanista è una rete internazionale attiva in Nord America, Israele, Europa e Sud America, con comunità, centri di studio e rabbini laici che celebrano i momenti fondamentali della vita ebraica senza riferimenti teistici. Le sue congregazioni sono piccole ma culturalmente influenti, frequentate da ebrei secolari che desiderano un’identità ebraica coerente con la modernità e la libertà di coscienza, che sia financo ateissima.
Le cerimonie dell’ebraismo umanista mantengono i simboli e le forme tradizionali ‒ la menorah, il seder … (7) ‒ ma ne reinterpretano il linguaggio: le parole su D-o diventano espressioni di valori umani, e le preghiere si trasformano in riflessioni collettive su responsabilità, memoria e giustizia ‒ con un siddur ad hoc per l’occasione non teistica (8). Le festività non sono atti di fede, bensì occasioni d’incontro, d’educazione etica: Pesach celebra la libertà umana, Rosh haShanah (9) invita al rinnovamento personale, Yom Kippur alla consapevolezza e al perdono reciproco.
L’ebraismo umanista contemporaneo si caratterizza per la sua inclusività: accoglie, infatti, persone di ogni origine, genere o orientamento, e riconosce come ebreo chi s’identifica con la cultura e i valori ebraici, indipendentemente dal lignaggio materno o dalla conversione rituale ‒ essenziali, invece, per l’ebraismo ortodosso, unico riconosciuto dallo Stato d’Israele. È un ebraismo che privilegia la scelta consapevole e l’impegno, non l’eredità o la legge.
Sul piano pubblico, il movimento promuove un’etica laica fondata sulla dignità dell’essere umano, la libertà di pensiero e la giustizia sociale, tutti valori che riconosce quali eredità storica del popolo ebraico. In Israele, dove la separazione tra religione e Stato è tema di acceso dibattito, le comunità umaniste rappresentano (e possono rappresentare) oggi un’alternativa importante all’ebraismo ortodosso.
Adozione, non conversione
Uno dei principi più innovativi dell’ebraismo umanista riguarda il modo in cui si entra a far parte del popolo ebraico. Invece di una conversione, il movimento preferisce il termine ‘adozione’. Non si tratta di abbandonare una fede per abbracciarne un’altra, bisogna scegliere consapevolmente di unirsi a una civiltà culturale. L’identità ebraica ‒ repetita iuvant ‒ non viene definita dal credo religioso ma dalla partecipazione a una storia e a un insieme di valori umani, etici e comunitari.
Nel linguaggio umanista, diventare ebreo significa accettare di appartenere a una tradizione di libertà, di giustizia e di ricerca, condividendone le espressioni culturali e le responsabilità civili. Siamo innanzi a un atto di affinità e solidarietà, non di fides. Nessun atto di sottomissione al divino! L’ebreo umanista è appartenente a una societas storico-umana.
Con questo approccio, questo movimento si apre a persone di origini diverse, come partner di famiglie miste, amici del popolo ebraico o semplicemente individui attratti dai suoi ideali etici. Il punto essenziale è il riconoscimento del fatto che l’identità ebraica è una scelta di cultura, non di nascita. In una società pluralista, questo principio rappresenta una forma di coerenza con l’idea stessa di humanism: l’essere umano ‒ mica la tradizione ‒ è al centro del significato e della dignità dell’appartenenza.
Rabbini e rabbine
Nell’ebraismo umanista la figura del rabbino non è quella del mediatore tra l’uomo e D-o. Il rav è un educatore, un cerimoniere e un custode della memoria culturale. Il rabbino (o la rabbina) umanista guida la comunità non per l’halakhah (10): serve come traghettatore verso la conoscenza, la sensibilità etica e la capacità di dare significato umano ai simboli della tradizione.
La formazione dei rabbini e delle rabbine avviene presso l’International Institute for Secular Humanistic Judaism, con sedi negli Stati Uniti e in Israele. Lì si studiano la storia e la letteratura ebraica, la filosofia umanista, la pedagogia, l’etica e la psicologia delle cerimonie di vita. Insomma, iter ben diverso rispetto a un percorso delle accademie rabbiniche tradizionali.
Le cerimonie officiate dai rabbini umanisti mantengono la struttura simbolica ebraica ma sono completamente laiche, fondate sul linguaggio dei sentimenti e della memoria. Ogni rito diventa così un atto di educazione civica e umana, un momento in cui la comunità celebra i valori condivisi: la famiglia, la solidarietà, la conoscenza e la dignità individuale.
Inoltre, l’ebraismo umanista è stato pioniere nell’uguaglianza di genere: già dagli anni Settanta ha ordinato rabbine e ha sostenuto la piena parità tra uomini e donne nella leadership spirituale. Questa scelta riflette la sottostante visione coerente della ‘vita etica’.
Umanisti vs. Ortodossi
La distanza tra ebraismo umanista ed ebraismo ortodosso non riguarda solo la fede: si gioca soprattutto sul modo d’intendere l’identità e la verità del Tanakh.
Per l’ortodossia, l’ebraismo è una religione rivelata: D-o ha dato la Legge e l’uomo è chiamato a obbedirvi. La Torah è la parola divina e la vita ebraica è un atto di sottomissione alla volontà di D-o.
Per l’umanismo ebraico, invece, la Torah è un’opera umana, una raccolta di saggezza e di miti che esprimono la ricerca di significato del popolo ebraico. Non si tratta di negare il valore del testo, ma di rileggerlo come una creazione culturale, non come un ordine soprannaturale preposto dal divo.
L’ebreo umanista non è meno ebreo perché non crede: al contrario, ritiene di proseguire la lunga tradizione di pensiero critico e di interpretazione che ha sempre caratterizzato il giudaismo, che l’ha reso grande in tutto il globo. Dove l’ortodosso vede la verità come rivelazione, l’umanista la vede come conquista della ragione e dell’esperienza. La legge religiosa diventa così una testimonianza storica, slegandosi dal vincolo eterno.
Anche il concetto di popolo d’Israele cambia: per l’ortodosso è una comunità definita dalla nascita e dall’osservanza, a cui si può accedere da esterno soltanto dopo un profondo e laborioso ghiur (11); per l’umanista è una civiltà condivisa, aperta a chiunque voglia parteciparvi. L’uno fonda la propria autorità sulla tradizione, l’altro sulla libertà e sulla responsabilità individuale.
Questo contrasto, tuttavia, non è una guerra: l’ebraismo umanistico non nasce per negare, ma per offrire un’altra via, coerente con il mondo moderno e laico, rimanendo ben disposto alla conversazione e allo scambio dialettico. È un dialogo continuo tra radici e futuro: l’ebraismo dell’uomo che pensa, dubita e sceglie, senza smettere di appartenere.
Sentiti libero (di essere ebreo)
Baruch Spinoza nel XVII secolo subì il cherem (12) dalla comunità di Amsterdam per via dei suoi «comportamenti» e delle «eresie» da lui portate avanti. Se un tempo la comunità olandese (ortodossa) non aveva notato la potenza del messaggio spinoziano, tempo dopo, in particolar modo con l’haskalah (13) e la figura di Mendelssohn, Spinoza venne rivalutato come chiave di volta per l’ebreo immerso nella modernità.

L’influenza intellettuale del filosofo non si fermò certo a quel momento di due secoli fa, anzi, si fa sentire ancora al giorno d’oggi. Potremmo infatti, a ben vedere, identificare Baruch Spinoza come un precursore dell’ebraismo umanistico, date le visioni rifiutanti la religiosità tradizionale.
Ciò rende Spinoza meno ebreo di un chassidico (14), meno ebreo di un haredi (15)? Alla luce di quanto analizzato, non possiamo far altro che rispondere negativamente: essere ebreo è in primis seguire una traditio, ritenersi parte integrante di un popolo e seguire una legge più umana, universale, piuttosto che particolare. D’altronde, possiamo riassumere tutta l’ebraicità come etica nelle parole dell’illustrissimo Hillel il Vecchio, parole rivolte a un goy che voleva conoscere l’interezza della Torah, da studiare rimanendo «su un piede solo», in un attimo, il più velocemente possibile:
Ciò che non è buono per te non lo fare al tuo prossimo. Il resto è commento. Va’ e studia!
Forse ci sono più cose nell’uomo e nello studio dell’uomo di quante ve ne siano nei cieli e in Terra …
Note
(1) Con il termine ‘goy’ (‘גוי’) s’indica solitamente un non ebreo.
(2) La Torah (תורה), letteralmente ‘dottrina’, indica i primi cinque libri della Bibbia.
(3) L’espressione, che letteralmente si traduce con «il Nome», serve a non pronunciare il nome di D-o, YHWH.
(4) La Pasqua ebraica, festa in cui si rimembra la liberazione del popolo eletto dalla mano dell’Egitto.
(5) Letteralmente ‘giorno dell’espiazione’ (יום כפור), è la ricorrenza più importante per il popolo ebraico.
(6) Altro nome usato per riferirsi a D-o.
(7) La menorah (מנורה) è un antico simbolo ebraico: si tratta di un candelabro a sette braccia. Con seder (סדר), invece, che letteralmente significa ‘ordine’, ‘procedura’, s’indica solitamente un’inaugurazione (che può essere di Capodanno, una cena di Pasqua …).
(8) Il siddur (סידור) è il libro delle preghiere.
(9) Letteralmente ‘il capo dell’anno’ (ראש השנה), è il Capodanno civile ebraico.
(10) L’halakhah (הלכה) è la legge ebraica, così come descritta dalla Torah e dal Talmud.
(11) Il ghiur (גיור) è l’atto di conversione di un non ebreo al giudaismo rabbinico.
(12) Un cherem (חרם), che significa ‘boicottaggio’ o ‘divieto’, indica un atto formale di esclusione di un membro da parte di una comunità ebraica.
(13) Nella storia dell’ebraismo e degli ebrei, con il termine ‘haskalah’ (‘השכלה’) si suole indicare un movimento sette-ottocentesco di stampo illuministico-ebraico.
(14) Il chassidismo (חסידות) è un movimento ortodosso ebraico ashkenazita fondato dal rav Ba’al Shem Tov.
(15) Gli haredim (חרדים) sono ebrei ultra-ortodossi.
Fonti
Chapman M. R., A Life of Courage: Sherwin Wine and Humanistic Judaism (2003), IISHJ Press
Wine S. T., A provocative People. A Secular History of the Jews (2012), International Institute for Secular Humanistic Judaism and The Milan Press
Wine S. T., Celebration. A Ceremonial and Philosophical Guide for Humanists and Humanistic Jews (2003), IISHJ Press
Chalom A., Kornfeld J., Contemporary Humanistic Judaism. Beliefs, Values, Practices (2025), University of Nebraska Press
Sand S., L’invenzione del popolo ebraico (2024), Mimesis
Wine S. T., Staying Sane in a Crazy World: A Guide to Rational Living (1995), IISHJ Press
Finkelstein I., Mazar A., The Quest for the Historical Israel. Debating Archeology and the History of Early Israel (2007), Society of Biblical Literature