Il valore del ritiro emotivo e dell’autoregolazione
Spazio condiviso o privacy? Contatto o isolamento? Cosa tendiamo a prediligere nell’epoca della condivisone generalizzata – sia online che offline – sempre più pervasiva e all’ordine del giorno, merito in larga parte dell’avvento del digitale come ambiente di contatto sociale ed espressione emotiva? Siamo davvero in grado di scegliere il modo e il tempo opportuno per riflettere su ciò che avviene nella sfera dell’emotività, liberandoci da quelli che sono gli imperativi odierni di performance sociale (e relazionale) nei contesti che viviamo tutti i giorni? In questo scenario, in cui spesso si contrappongono apertura totale e introversione, le considerazioni che emergono se ci poniamo domande di questo genere non vanno affatto date per scontato.
Siamo i diretti interessati di un modo di vivere o di affrontare le nostre emozioni che si trova ad essere sistematicamente in bilico tra un’intersoggettività veicolata dalla diffusione sempre più dirompente e presente – nelle nostre vite – di canali di comunicazione utili nei loro scopi, e un’esigenza intima, un desiderio lontano e qualitativamente differente dalla routine, che mal si adegua agli standard valoriali dell’esterno. Certamente ridursi alla “sordità” non porta mai a nulla, men che meno verso noi stessi. E allora, che nome diamo a questa dinamica interiore che tratta diversamente le nostre emozioni e preserva allo stesso tempo la soggettività dal rischio di alienazione?
Il ritiro emotivo come strumento di comprensione
Da parte della psicologia arrivano spiegazioni che parlano del cosiddetto “ritiro emotivo”, vale a dire la scelta volontaria di un approccio distaccato verso la possibile reazione a stimoli esterni, come le relazioni interpersonali in contesti sociali particolarmente dinamici, a favore di quella che sembrerebbe essere una vera e propria autoregolazione emotiva, accompagnata naturalmente dalla predilezione per il silenzio e la meditazione. A quanto pare, secondo diversi studi, tali requisiti sarebbero gli strumenti essenziali per raggiungere la piena comprensione emotiva; in questo senso, invece di assecondare – nell’esatto istante in cui emergono – emozioni come rabbia o frustrazione, si cerca di esplorare attraverso uno sguardo interiore le ragioni alla base di determinati stati. Per gli esperti, si tratterebbe di un metodo che andrebbe a beneficiare l’autoconsapevolezza, l’ascolto e il rispetto della nostra personalità sotto più punti di vista, nonché l’accettazione di ciò che accade dentro di noi senza dover temere possibili fraintendimenti da parte di eventuali interlocutori.
Per questo motivo, sempre più persone oggi riconoscono l’importanza di uno stile di vita solitario coltivato con cura e metodicità, e accolgono positivamente i momenti di silenzio come catalizzatori di un benessere emotivo che sarebbe impossibile da raggiungere nella costante ricerca di feedback esterni o rapporti col prossimo. Molti sono i fattori che determinerebbero la scelta di questa scuola di pensiero, in primis i ritmi di vita sempre più frenetici, l’iperconnessione tossica negli ambienti digitali, o semplicemente il pregiudizio derivante da “normali” relazioni sociali. Per molti è una scelta, mentre per altri questo ritiro interiorizzato rappresenta una vera e propria componente caratteriale.
Introversione vs isolamento disfunzionale
Si parla a questo punto di introversione, ovvero un atteggiamento volto alla riservatezza e alla mancanza di interesse verso la condivisione di pensieri ed emozioni. La differenza, per quanto apparentemente sottile, non passa inosservata. Sia l’introversione che l’estroversione godono di un preciso significato che tende a variare in base al valore sociale che si attribuisce loro. In una società che punta sull’immediatezza e la capacità di rendersi proattivi su molteplici fronti – in particolare nel lavoro – l’essere introversi è spesso visto come una caratteristica perlopiù invalidante nel creare nuove e significative connessioni. Sebbene sia un tratto della personalità difficile da comprendere agli occhi di molti, sempre più spesso si parla di una felicità che sarebbe appannaggio di coloro che preferiscono “rifugiarsi in se stessi” piuttosto che misurarsi in attività che prevedono l’interazione e il confronto in contesti socialmente densi. È tipico da parte delle persone introverse vedere in certi rapporti quotidiani col prossimo una forma di stress e sforzo psicologico, che determinerebbe l’affermazione di un atteggiamento che – in modo semplicistico – verrebbe etichettato come “comportamento anomalo” rispetto ai doveri sociali a cui tutti dobbiamo (volente o nolente) prendere parte.
Tuttavia, alcuni studi ci invitano a constatare lo sviluppo progressivo e degenerativo nel quale una personalità introversa rischia di incappare; vale a dire un’eccessiva interiorizzazione emotiva che porterebbe al consolidamento di abitudini disfunzionali, povere di quel potenziale adattivo che un’autoregolazione sana procurerebbe. Parliamo di “comportamenti interiorizzanti” (Internalizing Behavior), nei quali sembrerebbe esistere una correlazione tra atteggiamenti volti all’isolamento e disagi emotivi persistenti. È importante sottolineare che parliamo di forme estreme di interiorizzazione, le quali, proprio in virtù di sintomi come ansia, depressione e alterazione umorale, non dobbiamo confondere con pratiche e abitudini legate ad aspetti squisitamente comportamentali, dovuti semplicemente all’affermazione di una personalità in realtà non allineate con il proprio modo di essere.
La soluzione: l’interdipendenza flessibile e la co-regolazione reciproca
Anche se sono in molti – con i ritmi frenetici di oggi – coloro che cercano di risanare il proprio stato emotivo attraverso tecniche di gestione dello stress, che mettono al centro la preziosità della calma e del silenzio, che vanno dai vari tipi di yoga alla mindfulness (praticata addirittura in certe aziende!), non è detto che alla base di queste scelte risieda un’inclinazione naturale all’introversione. Proprio nell’autoregolazione emotiva è possibile ricavare quelle che negli scenari professionali attuali vengono definite come soft skills, letteralmente abilità leggere, che non includono il sapere tecnico maturato con l’apprendimento o l’esperienza. Qualità che il più delle volte non possiamo sviluppare in virtù della loro natura innata, ma che, tuttavia, possiamo incorporare nei nostri sistemi sociali distogliendo lo sguardo dalle etichette e avvalendoci di chi vede nel silenzio una risorsa preziosa per ascoltare, nella solitudine l’opportunità di conoscersi meglio ed imparare ad entrare in contatto prima di tutto con se stessi, e infine nell’autoriflessione il modo più conveniente per non lasciarsi trascinare emotivamente dagli eventi. Aprirsi a tali schemi implica supportare attivamente determinanti individui nelle rispettive attitudini e indirizzarle verso un percorso che combini armonicamente pensiero e pratica, resilienza interiore e comunicazione, il giusto distacco e la relazione.
Conclusione: L’arte della condivisione fiduciosa
La sfida più grande che sembra riguardare molti settori, non solo lavorativi, consiste in effetti nel cercare di non creare più antitesi di sorta (estroversi vs introversi), ma di affidarsi completamente a prossimo passo: la co-regolazione reciproca, ossia imparare gestire i propri stati affidandosi a chi manifesta interesse e attenzione verso specifiche caratteristiche, riconoscendo che anche l’introversione può trovare beneficio in una connessione sana. Non sempre il “farcela da soli” paga, soprattutto in contesti nei quali competenze come empatia e autoanalisi possono fare la differenza se guidate nel modo giusto.
FONTI:
Regolazione emotiva: strategie efficaci, sviluppo e correlati neurali
il-silenzio-per-la-salute-e-la-comunicazione
understanding-introverted-behavior-social-settings-happiness
La personalità dell’estroversione sul posto di lavoro: alta vs. bassa | St. Charles
Come i ritiri aiutano la guarigione emotiva – Bali Beginnings
Regolazione Emotiva: Cos’è, Come Migliorarla e Tecniche
CREDITS:
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