La società liquida e l’ansia del riconoscimento
La modernità è caratterizzata da una condizione di incertezza, in cui il binomio tra giovani e crisi d’identità emerge come uno dei tratti più controversi del nostro tempo. Dimostrò lungimiranza Zygmunt Bauman nell’asserire questa verità. La sua tesi è oggi rafforzata dalla ricerca spasmodica di un’autoaffermazione che gratifichi l’immagine di sé. Cerchiamo solidità in un ruolo sociale e l’identificazione in un contesto preciso.
Da sempre l’autostima dipende dalla coerenza tra aspirazioni personali e realizzazione nel mondo. Bauman, parlando della “società liquida”, faceva riferimento a un’instabilità intrinseca. In questo modello, nulla risulta stabile: dalle relazioni al lavoro.
Proprio qui si inserisce l’uso dei social. Cerchiamo di dare struttura alla nostra immagine attraverso i profili digitali. Ci raccontiamo tramite reel o carriere virtuali per contrastare la precarietà profetizzata dal sociologo polacco.
Chi non è alla ricerca di uno spazio fatto su misura delle proprie attitudini nello scenario sociale attuale? Il lavoro dovrebbe offrire un’opportunità reale di riconoscimento su un valore “spendibile”. Esso serve a generare consapevolezza sugli obiettivi da seguire e su quali ruoli rivestire. La società, con le dinamiche e le esigenze del mercato del lavoro attuale, ci spinge implicitamente ad interrogarci su diversi quesiti. E ciò non solo su chi vogliamo essere, ma su come la nostra immagine possa fare la differenza all’interno di una narrazione collettiva.
Ma è nel bisogno umano di doversi ritagliare un proprio segmento di realtà adatto alle nostre esigenze che si cela la paura di sentirsi tagliati fuori dal palcoscenico dell’esistenza. Nella società liquida descritta da Bauman c’è una lotta per la ricerca di un significato che vada oltre la mutevolezza dell’ordine precario delle cose. La ricerca di senso ha lo scopo di trovare quello spazio pensato per chi non vuole sentirsi invisibile agli occhi del mondo, sempre di più nel lavoro. Nonostante siano ormai di uso comune parole come “talenti” e “turnover”, esistono fenomeni all’ordine del giorno che smentiscono l’enfasi sui nuovi modelli di forza lavoro e accrescono significativamente l’ansia di chi pensa di “non essere mai abbastanza.”
La crisi dei NEET e il rovesciamento del paradigma
Colmare lo scarto tra il “chi sono” e il “chi dovrei essere” è un problema quotidiano. Molte figure vivono questa trasformazione come una situazione senza via d’uscita.
I NEET (Not engaged in Education, Employement or Training) sono un caso emblematico. Si tratta di giovani tra i 18 e i 30 anni fuori dai percorsi di studio o lavoro. Questa categoria, che include Gen Z e Millennials, convive con un senso di marginalità che logora l’autostima e la sicurezza personale.
La piena affermazione d’identità è il fine per il quale veniamo educati sin dall’età scolastica; la conoscenza di se stessi è un mantra risalente all’antichità che guida desiderio e volontà. Non possiamo scrivere una storia tutta nostra senza conoscerci. Erich Fromm sosteneva che una conoscenza profonda di sé sia l’antidoto per imparare a muoversi nella realtà. Ma il dilemma dell’autenticità stessa, nell’era in cui le attività compiute nel digitale sono “indicative” per il valore individuale, non si risolve più in una semplice analisi fondata sull’autocomprensione o sul vaglio delle esperienze personali. Nella “crisi esistenziale” dei NEET (e non solo) la radice del problema è esattamente il rovesciamento stesso della questione evidenziata da Fromm: sapere chi sono è irrilevante per un mondo che non ha ruoli da assegnarmi.
E così ridimensioniamo la concezione che abbiamo di narrazione personale vista come esperienza unica, irripetibile, qualcosa che ci contraddistingue e ci allontana da un’omologazione che snatura. Cos’è la narrazione? Forse, un insieme di performance che strizzano l’occhio a dinamiche sia online sia offline e diffidano della pluralità delle esperienze individuali. Oppure un principio di autorappresentazione basato su un’opportunistica adesione alla “logica del gruppo”.
Identità ibrida e role-play
Cambia drasticamente la percezione su chi siamo e affiorano interrogativi su chi potremmo essere se solo la realtà mostrasse quel poco di interesse necessario per non rimanere sempre dietro le quinte. I profili “ibridi” trovano surrogati per preservare la propria identità e colmare il vuoto quotidiano. Questi soggetti hanno spesso background complessi e non lineari: in assenza di riferimenti stabili, il focus si sposta sul digitale. Qui si ripiega su narrazioni del sé basate su immedesimazione e versatilità.
E cosa c’è di più versatile nel plasmare la personalità della tecnica del role-play? Considerata essenziale nel capire ed affrontare le difficoltà che affliggono lo sviluppo personale, oggi trova applicazione in contesti differenti, dalle aziende alle scuole, al fine di sensibilizzare la persona verso una più lucida comprensione di sé.
La vera novità, sul versante dell’isolamento e della compensazione emotiva, si ritrova sempre più nelle community online. In esse, attraverso narrazioni tematiche, l’utente ha la possibilità di immergersi nel gioco sperimentando un’identità alternativa, migliorando la sua proattività e riducendo la vulnerabilità sul fronte psicologico.
Seppur risulti un’alternativa alla lotta per la propria identità, non dobbiamo dimenticare che la distinzione tra mondo virtuale e reale è fondamentale anche in quella che chiamiamo costruzione esperienziale del Sé. Per coloro alla ricerca di una propria storia, di un proprio percorso che gratifichi e rafforzi l’identità, basare unicamente il proprio appagamento emotivo su un surrogato amplificherebbe il senso di alienazione e isolamento. In ossequio alle parole di Fromm, c’è indubbiamente la crescita. L’evoluzione della persona in funzione di un rapporto virtuoso tra individualità e collettività.
Conclusioni: l’appiglio controcorrente
Ogni eroe di una storia custodisce la speranza di un cambiamento durante tutto il suo percorso. Allo stesso modo, la ricerca di spazio e riconoscimento da parte dei giovani rappresenta un reale tentativo di riscatto. Non a caso, trovare il canale giusto e l’ascolto necessario dimostrerebbe che non si tratta solamente di un sogno in balìa di un ripiegamento nel digitale ma che esiste un senso effettivo. Essi sono gli eroi di quel limbo che nasce come eco alla visione teorizzata da Bauman, e allo stesso tempo una smentita al paradigma di Fromm. Il loro è un desiderio di riscatto, che è solo un rumore di sottofondo in un mondo che corre, va avanti e si trasforma.
Chi sono? Chi voglio essere? Cosa desidero? Queste tre domande ci pongono controcorrente. Rappresentano l’unico appiglio solido nel bel mezzo di una società liquida.
FONTI
Credits
Copertina e immagini create con l’intelligenza artificiale.
