Femminista

Sibilla Aleramo e la scrittura come genesi del femminismo in “Una donna”

Sibilla Aleramo (pesudonimo di Rina Faccio, 1876 – 1960) viene considerata la prima scrittrice femminista italiana e il suo primo libro Una donna, pubblicato nel 1906, è un caso letterario tradotto in molte lingue. La peculiarità di quest’opera, oltre a ergersi come primo romanzo della corrente per l’emancipazione femminile, è che ricalca la vita della scrittrice stessa, a partire dal vissuto dell’infanzia fino alla sua vita da adulta. La voce narrante, però, non svela in maniera esplicita la compenetrazione di finzione e realtà in un’autobiografia romanzesca; anzi, si è dinnanzi a un processo di sublimazione di un vissuto attraverso la cultura volto a dare ai lettori una figura di donna esemplare, immortalato nella scrittura affinché esso non rimanga sterile. Dunque, la strategia narrativa adottata è la spersonalizzazione di tutti i personaggi, protagonista compresa: infatti, non compaiono nomi – neanche quello della protagonista – e ciò contribuisce ancora una volta all’esemplarità della vicenda.
La storia stessa è esemplare e oltremodo comune per il primo Novecento, ma non così lontana dal nostro tempo: la giovane protagonista, appartenente a una famiglia borghese composta dal padre, con cui ella intrattiene un rapporto di stima unico, e la madre, modello negativo per l’eroina, sottomessa alla figura maschile, è condotta, sotto costrizione, a un matrimonio riparatore con un lavoratore della fabbrica del padre, a seguito di uno stupro. La vita quotidiana cui è condannata è infelice, tanto che la protagonista arriva all’estremo tentativo di togliersi la vita, replicando la dolorosa sorte della madre, che tanto aveva biasimato e disprezzato.

L’elemento che probabilmente tende ad allontanare la vicenda raccontata dalla Aleramo dalla nostra contemporaneità è il modus scribendi dell’autrice: lo stile, infatti, è altisonante, a tratti aulico e dimostra l’alto grado di consapevolezza, da parte dell’io narrante, dell’esemplarità, nonché importanza, della propria vicenda. In linea con questa modalità, il personaggio tende ad essere percepito come eccessivamente idealizzato e privo di sbavature, senza incrinature sociali: risulta, dunque, fin troppo consapevole del suo ingegno e delle sue abilità. Questa consapevolezza della sua levatura intellettuale si riflette pienamente nell’abbondanza retorica che caratterizza il suo stile, appesantito da numerosi interrogative, esclamative e periodi in asindeto.

«Come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come d’un oggetto di sua proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentre egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?».

Una vicenda, sotto molti tratti, comune per molte donne del periodo tra il XIX e il XX secolo: proprio per l’arco temporale in cui ella vive, la scelta di abbandonare la famiglia, rinunciando alla maternità e al proprio figlio, è scandalosa quanto coraggiosa. La messa in discussione della maternità, infatti, in un’epoca come quelle dell’Aleramo – ma anche a cent’anni di distanza -, non era concepita dalla società italiana. La protagonista-autrice, lontana dalla famiglia, trova nella scrittura e nell’impegno del femminismo, del dibattito culturale che in Europa stava crescendo sempre di più, una propria voce, consapevolezza dell’essere donna e una dignità individuale.
Dunque nel ritorna a Milano, città dell’Unione Femminile Nazionale, dove nel 1899 collabora con il settimanale socialista “L’Italia femminile” fondato da Emilia Mariani: a lei è affidata una rubrica di discussione accesa con le lettrici. Sempre a Milano, in questo periodo, collabora con intellettuali progressisti come Alessandrina Ravizza – che nel 1893, proprio a Milano, ha fondato la “Società Umanitaria” -, Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Il vento del cambiamento, infatti, proprio a fine secolo giunge persino in Italia: in concomitanza con la nascita del partito socialista, nel 1892, sorge anche la questione femminile e dell’inesistenza del potere femminile nell’ambito politico, economico e civile. Insieme alla lotta, da parte del partito, per i diritti dei lavoratori nelle fabbriche, con Anna Kuliscioff, per la prima volta, dà voce anche alle pietose condizioni di sfruttamento cui sono sottoposti le donne e i bambini lavoratori per ottenere più diritti in loro tutela.

I temi affrontati in Una donna sono sconvolgenti, per l’epoca, e di sconcertante attualità per il nostro presente: la sottomissione della moglie a una concezione patriarcale della famiglia, la conseguente ribellione che necessita l’allontanamento dal nucleo famigliare e il doloroso abbandono del figlio, rinunciando alla maternità per affermare la propria individualità – così necessario per una donna che viene considerata solo in termini di moglie e madre, sempre indissolubilmente legata ai doveri nei confronti del marito e dei figli -, la maturazione della propria persona, in questo caso donna, prima di essere una moglie e madre. Le pagine dei capitoli conclusivi si focalizzano, infatti, sulla riflessione da parte della Aleramo intorno al millenario concetto della maternità come immolazione, rinuncia, sacrificio del sé in nome dei propri figli: queste parole della scrittrice sono ancora oggi, purtroppo, molto attuali. Ella afferma prontamente che una madre non debba rinunciare a sé stessa e, in questo modo, fungere da esempio di dignità e consapevolezza di sé di fronte ai figli. Nella seconda parte del romanzo, infatti, la scrittrice arriva ad affermare come la donna che era stata in passato dovesse morire affinché un’altra donna potesse rinascere.

Il libro, inoltre, viene dedicato da parte dell’autrice al figlio, come lascito morale da trasmettere alle nuove generazioni:«Ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno».

Il suo impegno femminile si è anche declinato verso il sociale e all’emancipazione femminile in termini di cittadinanza attiva: infatti, la Aleramo si attiva affrontando in prima linea la questione della prostituzione e della questione del suffragio universale. In favore della concessione del voto alle donne, infatti, viene organizzato a Roma, nel 1908, il Congresso Nazionale delle donne italiane, cui partecipa Sibilla stessa.

«Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola».

La scrittura, dunque, è occasione per la Aleramo di rivisitare la propria vicenda personale attraverso tre momenti: la meditazione, la scrittura e, infine, l’inserimento all’interno di un contesto culturale. Tramite il processo creativo il vissuto personale viene rievocato e rielaborato sotto forma di romanzo: nei capitoli centrali (ovvero la seconda parte del romanzo), infatti, il personaggio viene ritratto da solo, mentre legge testi sociologici e storici, studia, scrive e rilegge la propria vicenda traendone il valore della sua opera narrativa.

 

FONTI

Sibilla Aleramo, Una donna, Feltrinelli

Stefania Parmiggiani, Chi era la scandalosa Sibilla Aleramo, prima scrittrice femminile italiana avida di vita e d’amore, Repubblica, 12 Gennaio 2019.

CREDITS

Immagine di copertina creata con AI